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giovedì 22 ottobre 2015
La rivoluzione del 1820-1821 a Napoli e in Sicilia
Il successo della rivoluzione in Spagna, dove il 7 marzo 1820 fu reintrodotta la Costituzione di Cadice del 1812, si riverberò con particolare evidenza nel Regno delle due Sicilie, determinando un intenso lavorio tra i carbonari e i militari favorevoli alla Costituzione. Dopo una serie di tentativi falliti sul nascere, nella notte tra il 1° e il 2 luglio 1820, una trentina di carbonari della vendita di Nola, guidati dal prete Luigi Minichini, e 127 sottufficiali e soldati del reggimento di cavalleria Borbone, comandati dal tenente Michele Morelli e dal sottotenente Giuseppe Silvati, diedero inizio ad un moto insurrezionale, dirigendosi verso Avellino.La mattina del 3 luglio Morelli entrò in città e cedette pubblicamente il comando delle forze ribelli al tenente colonnello De Concilj, capo delle truppe locali. Contemporaneamente, le vendite del foggiano, della Calabria, della Basilicata, insieme alle milizie provinciali e alle truppe di linea, insorsero col favore delle popolazioni, rendendo difficoltose le comunicazioni tra Napoli, la Puglia e la Calabria, e condannando così al fallimento l'iniziale tentativo di repressione affidato al generale CarascosaNella notte tra il 5 e il 6 luglio, poi, il generale Guglielmo Pepe fece insorgere due reggimenti di cavalleria e uno di fanteria in stanza a Napoli e si diresse verso Avellino, dove la sera del 6 assunse il comando di tutte le forze ribelli.Lo stesso 6 luglio il re Ferdinando I acconsentì alla formazione di un governo costituzionale e nominò il principe ereditario Francesco, duca di Calabria, vicario del Regno.
venerdì 1 maggio 2015
Nel 1860, dopo lo sbarco in Sicilia, circa 50 mila volontari si unirono a
Garibaldi. Fu la componente militare democratica del Risorgimento. Ma ben
presto sarebbe stata liquidata dalla monarchia sabauda. Per quali ragioni?
«Il fenomeno del volontariato patriottico è assai complesso», spiega lo
storico Vittorio Scotti Douglas, allievo di Franco Della Peruta e massimo
studioso italiano della guerriglia risorgimentale. «È un' epopea quasi
sconosciuta, cui hanno partecipato decine di migliaia di italiani, spesso di
umili origini, di cui fino ad oggi si ignorava anche il nome. Le vicende del
volontariato sono un filo rosso continuo che si può seguire durante tutto il
Risorgimento, arrivando fino alla Guerra civile spagnola. In un certo senso,
si può dire che il volontariato italiano comincia in Spagna, dopo il
fallimento della rivoluzione liberale piemontese del 1821, e vi finisce,
quasi centovent' anni dopo». L' anno cruciale è il 1860, con l' impresa dei
Mille e la conquista della Sicilia. «La politica di Cavour fu quella del
"doppio binario": da un lato promettere alla Francia che non ci
sarebbero stati interventi militari nel Mezzogiorno o contro lo Stato
pontificio, dall' altro appoggiare in modo sotterraneo l' iniziativa
garibaldina, in realtà tutta fondata e costruita grazie alla struttura
cospirativa mazziniana e ai suoi uomini migliori, Crispi, Fabrizi, Bertani,
La Masa, Bixio, e il fondamentale Rosalino Pilo. Dopo la presa di Palermo i
Mille si erano ridotti a poco più di 600, ma il 18 giugno cominciarono ad
arrivare i rinforzi dall' Italia: 2500 uomini al comando di Giacomo Medici, e
poi via via altri contingenti, per oltre 20 mila volontari. Proseguiva
parallelamente l' azione di propaganda e reclutamento locale, per costituire
l' esercito meridionale. Questo esercito, che poté contare su 51 mila uomini,
di cui oltre 30 mila meridionali, venne rapidamente smantellato già nel
novembre dello stesso anno». Che cosa temevano Vittorio Emanuele II e Cavour?
«La nuova Italia sabauda non voleva immettere nel proprio esercito una massa
di potenziali repubblicani, assertori della conquista di Roma, e in qualche
caso addirittura di idee socialiste. Si arrivò allo scontro tra Cavour e
Garibaldi nell' aprile 1861.
Con lo scioglimento dell' esercito meridionale tramontava l' ultimo tentativo del partito democratico perché si impiegassero le forze popolari nella liberazione della patria. Aveva così termine il sogno della nazione armata e del cittadino-soldato. Ma il volontariato, ormai si può parlare di volontariato garibaldino, non aveva cessato di esistere, come provano i tentativi di liberare Roma, frustrati nel sangue, di Aspromonte nel 1862 e di Mentana nel 1867. E ancora gli italiani correvano a morire per aiutare altri popoli ad acquistare la libertà: così nel maggio 1863 Francesco Nullo "il bello dei Mille", ma anche "il Garibaldi del Nord", cadeva eroicamente in Polonia con un pugno di volontari italiani accorsi ad aiutare i polacchi insorti contro i russi». Dell' esercito meridionale, o meglio dell' armata perduta di Garibaldi, si sa ben poco. «È più corretto dire che si sapeva fino a oggi ben poco. Certo, si sapeva che nell' Archivio di Stato di Torino esisteva una gran quantità di materiale mai studiato, e praticamente tutto inedito. Ma nessuno vi aveva mai posto mano. In tempi di gretti provincialismi e di brividi secessionisti, rileggere con attenzione quelle carte ci consente di far uscire dall' ombra le figure di soldati ignoti, in gran parte meridionali». Il riordino delle carte custodite all' Archivio di Stato di Torino è dunque importante. «Certo. E per vari motivi. Per esempio si potrebbe far luce sul fenomeno del volontariato straniero in Italia in quel periodo, fenomeno di cui si conosce l' esistenza ma si ignora l' esatta consistenza. E soprattutto sarebbe un' opera meritoria e degna restituire alla conoscenza degli italiani di oggi i nomi e le vicende di questi nostri oscuri antenati, un modo sommesso e austero per dir loro adesso il "grazie" che la burocrazia sabauda volle negare quasi centocinquant' anni fa». |
venerdì 10 aprile 2015
Costanza Alfieri d’Azeglio
Tra le donne della famiglia Alfieri, tutte personalità notevolissime che incisero non solo sul destino della propria famiglia ma anche su quello dell’aristocrazia piemontese, spicca Costanza Alfieri d’Azeglio (1793-1862), donna aperta d’animo e di mente, sorella di Cesare e moglie di Roberto d’Azeglio, fratello di Massimo.Sono celebri le lettere che indirizzò al figlio dalle quali è possibile ricostruire la cerchia di parenti e amici che la gentildonna frequentava continuamente: Cesare Alfieri, Massimo d’Azeglio, Guglielmo Moffa di Lisio, Cesare Balbo, Giacinto di Collegno, Camillo di Cavour e Alfonso La Marmora.Lo stesso Massimo d’Azeglio accenna a Costanza e al marito con affetto sincero nei suoi Ricordi: “Il nome che lasciarono di sé fu quello di veri benefattori del popolo. Ambedue tenevano scuola a proprie spese per i figli dei poveri, nei quali impiegavano somme non piccole.”
lunedì 16 febbraio 2015
Ridolfi Cosimo
Firenze, 1794 – ivi, 1865
Marchese. Uomo politico. Membro dell'Accademia dei georgofili, fondò nel 1827 il «Giornale agrario toscano», con Lambruschini e Vieusseux. Deputato della Consulta (1847), da ministro dell'Interno realizzò l'annessione di Lucca al Granducato e represse le agitazioni democratiche di Livorno. Presidente del Consiglio dal giugno al luglio 1848, fu inviato in missione in Francia e in Inghilterra dal successivo gabinetto Capponi. Avverso al governo democratico di Guerrazzi, fu tuttavia contrario all'intervento austriaco. Ritiratosi dalla vita pubblica, tornò in politica nel 1859 come ministro dell'Istruzione e ad interim degli Esteri del governo della Toscana. Dal 1860 fu senatore del Regno.
Marchese. Uomo politico. Membro dell'Accademia dei georgofili, fondò nel 1827 il «Giornale agrario toscano», con Lambruschini e Vieusseux. Deputato della Consulta (1847), da ministro dell'Interno realizzò l'annessione di Lucca al Granducato e represse le agitazioni democratiche di Livorno. Presidente del Consiglio dal giugno al luglio 1848, fu inviato in missione in Francia e in Inghilterra dal successivo gabinetto Capponi. Avverso al governo democratico di Guerrazzi, fu tuttavia contrario all'intervento austriaco. Ritiratosi dalla vita pubblica, tornò in politica nel 1859 come ministro dell'Istruzione e ad interim degli Esteri del governo della Toscana. Dal 1860 fu senatore del Regno.
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