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venerdì 1 maggio 2015



Nel 1860, dopo lo sbarco in Sicilia, circa 50 mila volontari si unirono a Garibaldi. Fu la componente militare democratica del Risorgimento. Ma ben presto sarebbe stata liquidata dalla monarchia sabauda. Per quali ragioni? «Il fenomeno del volontariato patriottico è assai complesso», spiega lo storico Vittorio Scotti Douglas, allievo di Franco Della Peruta e massimo studioso italiano della guerriglia risorgimentale. «È un' epopea quasi sconosciuta, cui hanno partecipato decine di migliaia di italiani, spesso di umili origini, di cui fino ad oggi si ignorava anche il nome. Le vicende del volontariato sono un filo rosso continuo che si può seguire durante tutto il Risorgimento, arrivando fino alla Guerra civile spagnola. In un certo senso, si può dire che il volontariato italiano comincia in Spagna, dopo il fallimento della rivoluzione liberale piemontese del 1821, e vi finisce, quasi centovent' anni dopo». L' anno cruciale è il 1860, con l' impresa dei Mille e la conquista della Sicilia. «La politica di Cavour fu quella del "doppio binario": da un lato promettere alla Francia che non ci sarebbero stati interventi militari nel Mezzogiorno o contro lo Stato pontificio, dall' altro appoggiare in modo sotterraneo l' iniziativa garibaldina, in realtà tutta fondata e costruita grazie alla struttura cospirativa mazziniana e ai suoi uomini migliori, Crispi, Fabrizi, Bertani, La Masa, Bixio, e il fondamentale Rosalino Pilo. Dopo la presa di Palermo i Mille si erano ridotti a poco più di 600, ma il 18 giugno cominciarono ad arrivare i rinforzi dall' Italia: 2500 uomini al comando di Giacomo Medici, e poi via via altri contingenti, per oltre 20 mila volontari. Proseguiva parallelamente l' azione di propaganda e reclutamento locale, per costituire l' esercito meridionale. Questo esercito, che poté contare su 51 mila uomini, di cui oltre 30 mila meridionali, venne rapidamente smantellato già nel novembre dello stesso anno». Che cosa temevano Vittorio Emanuele II e Cavour? «La nuova Italia sabauda non voleva immettere nel proprio esercito una massa di potenziali repubblicani, assertori della conquista di Roma, e in qualche caso addirittura di idee socialiste. Si arrivò allo scontro tra Cavour e Garibaldi nell' aprile 1861.
Con lo scioglimento dell' esercito meridionale tramontava l' ultimo tentativo del partito democratico perché si impiegassero le forze popolari nella liberazione della patria. Aveva così termine il sogno della nazione armata e del cittadino-soldato. Ma il volontariato, ormai si può parlare di volontariato garibaldino, non aveva cessato di esistere, come provano i tentativi di liberare Roma, frustrati nel sangue, di Aspromonte nel 1862 e di Mentana nel 1867. E ancora gli italiani correvano a morire per aiutare altri popoli ad acquistare la libertà: così nel maggio 1863 Francesco Nullo "il bello dei Mille", ma anche "il Garibaldi del Nord", cadeva eroicamente in Polonia con un pugno di volontari italiani accorsi ad aiutare i polacchi insorti contro i russi». Dell' esercito meridionale, o meglio dell' armata perduta di Garibaldi, si sa ben poco. «È più corretto dire che si sapeva fino a oggi ben poco. Certo, si sapeva che nell' Archivio di Stato di Torino esisteva una gran quantità di materiale mai studiato, e praticamente tutto inedito.
Ma nessuno vi aveva mai posto mano. In tempi di gretti provincialismi e di brividi secessionisti, rileggere con attenzione quelle carte ci consente di far uscire dall' ombra le figure di soldati ignoti, in gran parte meridionali». Il riordino delle carte custodite all' Archivio di Stato di Torino è dunque importante. «Certo. E per vari motivi. Per esempio si potrebbe far luce sul fenomeno del volontariato straniero in Italia in quel periodo, fenomeno di cui si conosce l' esistenza ma si ignora l' esatta consistenza. E soprattutto sarebbe un' opera meritoria e degna restituire alla conoscenza degli italiani di oggi i nomi e le vicende di questi nostri oscuri antenati, un modo sommesso e austero per dir loro adesso il "grazie" che la burocrazia sabauda volle negare quasi centocinquant' anni fa».

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