/**/ Associazione Culturale e Sportiva "Giuseppe Garibaldi": 2016

Visualizzazioni totali

domenica 25 dicembre 2016

LA LUNGA STRADA ITALIANA VERSO IL 1861


  • Il Risorgimento è il periodo della storia d'Italia in cui la nostra nazione italiana conseguì l'unità nazionale, riunendo in un solo nuovo Stato - il Regno d'Italia - tutti i precedenti Stati preunitari.Nel cosiddetto biennio delle riforme (1846-1848), dopo il fallimento dei moti rivoluzionari mazziniani,nascono i progetti politici di liberali come Massimo d'Azeglio e Vincenzo Gioberti. Gli anni 1847-1848, definiti la "Primavera dei popoli", videro lo sviluppo di vari movimenti rivoluzionari. In Italia fu decisiva la decisione del Regno di Sardegna di farsi promotore dell'unità italiana.Nominato presidente del Consiglio dei ministri nel 1852, Cavour poté mettere mano alla realizzazione del suo progetto politico per l'indipendenza italiana. Egli sosteneva che solo il Piemonte poteva realizzarla, perché non era sottomesso all' Austria (come invece erano i Borboni di Napoli, il granduca di Toscana, i duchi di Modena e di Parma); solo il Piemonte, inoltre, poteva garantire alle monarchie europee che l'Italia non si sarebbe spinta troppo in là, verso ideologie democratiche e radicali.

martedì 13 dicembre 2016

I movimenti politici » Il socialismo risorgimentale

 Il socialismo risorgimentale, di cui Giuseppe Ferrari e Carlo Pisacane possono essere considerati i principali esponenti, non rappresentò una vera e propria corrente politica, ma piuttosto un insieme di posizioni e di contributi teorici maturati all'interno della democrazia italiana, in seguito alla fallita rivoluzione del 1848. La sconfitta del 1848 produsse infatti una riflessione critica all'interno dello schieramento democratico, che si divise sulla valutazione da dare della sconfitta. Le divisioni riguardavano, in realtà, non soltanto i motivi che l'avevano determinata, ma il problema stesso della «rivoluzione italiana» e della strategia da seguire nell'immediato futuro.Mentre Mazzini riteneva che la linea e il programma d'azione non dovessero essere modificati, vi era chi, in disaccordo con lui, avrebbe voluto collegare la rivoluzione politica a una rivoluzione sociale, come condizione indispensabile per la vittoria. I contributi più ampi e articolati provennero da Giuseppe Ferrari e da Carlo Pisacane i quali, attraverso i loro scritti, ripensarono il problema della «rivoluzione italiana», prospettandone, appunto, la soluzione in chiave socialista.Della democrazia mazziniana Ferrari criticava soprattutto la priorità che la questione dell'indipendenza aveva avuto su quella della libertà. Al contrario, secondo Ferrari, la rivoluzione doveva mirare anzitutto alla libertà. Nei suoi scritti (La Federazione repubblicana e Filosofia della rivoluzione, pubblicati entrambi nel 1851) sosteneva come fosse necessario, per l'Italia, tentare contemporaneamente due rivoluzioni, l'una sul terreno politico e l'altra su quello sociale.La prima avrebbe dovuto liberare il popolo dal dominio straniero e dalle forze della conservazione (che Ferrari individuava nel papato e nelle monarchie); la seconda avrebbe dovuto realizzare un sistema di limitazione della proprietà privata, attraverso l'abolizione dell'eredità perché fonte di ineguaglianza.Per il raggiungimento di tali obiettivi auspicava l'alleanza con la Francia rivoluzionaria e teorizzava la nascita di un partito sociale italiano in grado di sottrarre l'iniziativa politica al mazzinianesimo e di coinvolgere nella lotta le masse popolari.Posizioni analoghe esprimeva Carlo Pisacane nel saggio sulla Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-1849, pubblicato anch'esso nel 1851. Per Pisacane il socialismo non costituiva una generica aspirazione, ma il contenuto che avrebbe dovuto assumere la rivoluzione italiana, nonché la mèta verso cui tendeva il progresso europeo. Anche Pisacane, come Ferrari, muoveva da un atteggiamento critico nei confronti di Mazzini, del quale non condivideva la visione puramente politica della rivoluzione, non in grado di mobilitare le classi popolari.A tal fine auspicava la costituzione di un partito socialista rivoluzionario che avrebbe dovuto realizzare, con l'appoggio delle masse, soprattutto contadine, una rivoluzione di tipo socialista, con lo scopo principale della ridistribuzione delle terre agli stessi contadini.A tali proposte non seguì da parte di Pisacane alcuna concreta iniziativa politica. Nonostante le riserve sul piano teorico, continuò anzi a collaborare con Mazzini, fino alla spedizione di Sapri (1857) in cui trovò la morte.Le idee di Ferrari e di Pisacane costituirono comunque una premessa importante, sulla quale anni dopo il nascente movimento internazionalista, anarchico e poi socialista avrebbe innestato la sua propaganda e la sua diffusione tra le masse italiane.

lunedì 28 novembre 2016

Palazzo Moriggia

Nato nel 1885, dal 1951 il museo ha sede nel settecentesco palazzo Moriggia, progettato nel 1775 da Giuseppe Piermarini a ridosso del vasto complesso di Brera. Già sede, in epoca napoleonica, del Ministero degli Esteri e, in seguito, del Ministero della Guerra, il palazzo, passato nel 1900 alla famiglia De Marchi, fu donato al Comune di Milano dalla moglie del celebre naturalista Marco De Marchi e in quell'occasione destinato a sede musealeAttraverso un articolato insieme di materiali composti da stampe, dipinti, sculture, disegni, armi e cimeli, le collezioni illustrano il periodo della storia italiana compreso tra la prima campagna di Napoleone Bonaparte in Italia (1796) e l'annessione di Roma al Regno d'Italia (1870). Il percorso espositivo è ordinato cronologicamente e si snoda attraverso quindici sale tematiche a cui si aggiungono due sale destinate alle esposizioni temporanee. L'ultimo allestimento risale al 1998 quando, mantenendo intatta la sequenza cronologica, furono ripensate le strutture espositive permanenti, destinate ai nuclei salienti delle collezioni, e in particolare i cimeli dell'incoronazione di Napoleone in Italia (il manto verde e argento e le preziose insegne regali), lo stendardo della Legione Lombarda Cacciatori a cavallo, il primo Tricolore italiano, per fare solo qualche esempio. In questa occasione sono stati riprogettati il sistema di illuminazione e il corredo didascalico, e recuperato il retrostante «Giardinetto romantico». 

venerdì 18 novembre 2016

Museo Civico del Risorgimento

Nel 1884, nell'ambito dell'Esposizione nazionale di Torino, fu realizzata una mostra dedicata al Risorgimento nazionale, alla quale Bologna partecipò con numerosi oggetti e documenti. In quell'occasione, si iniziò a pensare alla istituzione di un Museo del Risorgimento nella città.Qualche anno dopo, all'interno della Esposizione Emiliana del 1888,  fu istituito un "Tempio del Risorgimento", che esponeva anche molte delle memorie già viste a Torino. L'esposizione ottenne un grande successo tanto che, alla sua chiusura, il Consiglio Comunale deliberò liistituzione di un Museo permanente, che venne inaugurato il 12 giugno 1893 in una sala al pian terreno del Museo Civico, con materiali in massima parte giunti attraverso donazioni.Come gli altri Musei del Risorgimento, anche quello di Bologna sorse con un duplice intento: da una parte educare il popolo - e particolarmente le giovani generazioni - agli ideali  patriottici, dall'altra favorire la ricerca storica sul recente passato e fornire strumenti per il lavoro degli studiosi; la sala espositiva del Museo fu destinata ad adempiere alla prima funzione, mentre la Biblioteca era rivolta prevalentemente agli studiosi.Nel 1915 ai Musei del Risorgimento venne affidato il compito di raccogliere documentazione di quella che veniva definita la "Quarta Guerra di Indipendenza". Analogamente, durante il fascismo, che si proponeva come prosecutore ideale del Risorgimento, vennero raccolti, sebbene con minore determinazione, materiali dell'impresa fiumana, delle guerre coloniali, della guerra di Spagna e della seconda Guerra Mondiale.Chiuso nel 1943, il Museo fu riaperto al pubblico nel 1954; il suo ambito di interesse si estese alla Resistenza, assumendo la nuova denominazione di "Museo civico del primo e secondo Risorgimento".Nel 1962 fu nuovamente chiuso. Nel 1975 venne di nuovo riaperto, con un diverso assetto espositivo: al "museo-sacrario", affastellato di reliquie, destinato a suscitare "commozione e reverenza" nel visitatore, si sostituì un Museo rivolto particolarmente alle scolaresche.Nel 1990 il Museo, affiancato dai depositi dei materiali museali, dalle strutture didattiche e dal laboratorio di restauro, venne trasferito alla nuova - ed attuale - sede di Casa Carducci. Nell'occasione, venne realizzato un nuovo percorso espositivo che partendo dalla Rivoluzione Francese giunge alla prima Guerra mondiale, tornando in tal modo alle origini, e stesso tempo alla denominazione di "Museo Civico del Risorgimento".

giovedì 10 novembre 2016

Il Museo "Luigi Musini"


  • Il Museo, allestito nel 1989 all'interno dell'ex Palazzo storico delle Orsoline di Fidenza, è stato intitolato a Luigi Musini (1843-1903), garibaldino locale e secondo deputato socialista del parlamento del Regno d'Italia. Il materiale esposto - cimeli bellici, manifesti, lettere, fotografie, stampe, incisioni, statue, litografie e oggetti vari - è tratto per la quasi totalità dalla collezione di suo figlio Nullo e di altri cittadini di Fidenza; vista la sua natura e provenienza, i criteri di allestimento non hanno tentato di ricostruire puntualmente la vita della città dai primi del XIX secolo alla fine della seconda guerra mondiale ma, in questo lungo arco di tempo, hanno privilegiato alcuni momenti di particolare rilievo.I vari settori nei quali il museo si articola obbediscono dunque a due criteri di ordinamento, cronologico e tematico: oltre a ripercorrere alcune tappe della vita fidentina e nazionale - l'epoca napoleonica, il governo di Maria Luigia, i Borbone, il Risorgimento, gli anni di Umberto I, la Grande guerra, il Fascismo e le sue guerre e la Resistenza - sono sviluppati alcuni temi monografici come le figure di Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Verdi e Luigi Musini.

lunedì 24 ottobre 2016

LA SEZIONE RISORGIMENTALE DEL MUSEO DELLA CITTA' DI MANTOVA

Dal Museo del Risorgimento alla Sezione Risorgimentale del Museo della Città. Il Museo del Risorgimento di Mantova è stato inaugurato il 3 marzo del 1903 in occasione del 50° anniversario del sacrificio dei Martiri di Belfiore. Prima sede del Museo fu una sala del Palazzo Accademico, che già ospitava il civico Museo Patrio. Da qui, nel 1920, a seguito di specifica Convenzione tra Stato e Comune, l´intera raccolta viene depositata in alcuni ambienti al piano terra di Palazzo Ducale per poi essere trasferita nel 1935 nelle Carceri politiche austriache del Castello di San Giorgio. Passata nuovamente sotto il diretto controllo dell´Amministrazione Comunale, nel 1941 la collezione viene spostata in alcuni locali di proprietà statale del Palazzo del Capitano.Solo nel 1959 il Museo riapre al pubblico con un nuovo ordinamento espositivo.Nel 1975 al nucleo risorgimentale originale si aggiunse un secondo nucleo relativo a reperti di storia della Resistenza che trova posto in adiacenti locali messi a disposizione dell´Amministrazione Provinciale. In tale occasione il Museo viene intitolato allo storico Renato Giusti e prende il nome di "Museo Civico del Risorgimento e della Resistenza".Viene anche pubblicato un nuovo catalogo che registra in modo essenziale tutti gli oggetti inventariati.Alla fine degli anni Ottanta il Museo viene chiuso al pubblico in vista di un nuovo progetto espositivo. Nel frattempo la sede espositiva viene privata di alcuni ambienti. La perdita di tali spazi blocca il progetto per il nuovo allestimento del Museo.Nel 2005, le raccolte del Museo del Risorgimento, privo di sede, sono state formalmente accorpato al nuovo Museo della Città di Palazzo San Sebastiano divenendone la "Sezione Risorgimentale".
Composizione della raccolta. La Sezione Risorgimentale si compone di n. 1153 oggetti suddivisi in otto tipologie:
I - Uniformi, equipaggiamento, accessori
     II - Armi e munizioni
     III - Fregi e Distintivi
     IV - Monete
     V - Medaglie e Decorazioni
     VI - Cimeli
     VII - Stampe
     VIII - Opere d'arte (dipinti, disegni, sculture)
Particolarmente documentata è la vicenda dei Martiri di Belfiore.Schedatura. Le opere della Sezione sono consultabili tramite le schede cartacee e informatizzate e la relativa documentazione fotografica, presso il Centro Studi e Documentazione sulle Collezioni Civiche attivo presso la sede del Museo della Città. Per la schedatura del materiale ci si è serviti dei tracciati informatici OA e S-MI del tracciato SIRBEC (Sistema Informativo Regionale dei Beni Culturali), corredati da immagini digitali, per tutte le opere (Dipinti, Stampe e Disegni) di carattere artistico. Per quanto riguarda i cimeli storici, i militaria e in generale tutto il materiale di interesse prettamente storico, in mancanza di una scheda informatica, sono state compilate schede cartacee di carattere inventariale.La schedatura ha visto, nel suo complesso, la realizzazione di 1153 schede corredate da 1380 immagini Mostre. Il Museo della Città provvede periodicamente ad organizzare esposizioni a tema con il materiale del fondo. Le mostre sono fruibili su apposita postazione multimediale collocata lungo il percorso espositivo del Museo della Città.Mantova e il suo territorio: un palcoscenico delle vicende risorgimentali. Percorso inedito nelle Collezioni Civiche, dicembre 2005-maggio 2006. Esposizione di stampe e di monete.I leoni di Garibaldi. Garibaldi e i garibaldini mantovani nelle Collezioni Civiche, 14 ottobre 2007-13 gennaio 2008. Cimeli, dipinti, armi, monete e documenti, appartenenti alle Collezioni Civiche, dedicati al rapporto tra Garibaldi e il territorio mantovano e al contributo dato dai mantovani alle vicende garibaldine.

domenica 9 ottobre 2016

Salfi Francesco Saverio

Cosenza, 1759 – Parigi, 1832
 Letterato e patriota. Sacerdote. Lasciata la condizione ecclesiastica, partecipò al governo della Repubblica partenopea del 1799. Nel 1815 fu segretario di Murat. Visse i suoi ultimi anni a Parigi. La sua opera di poeta, giurista, economista s'ispira a ideali di libertà, di laicità, di nazionalità; il fine politico costituisce il precipuo interesse delle sue tragedie, di derivazione alfieriana. Degni di nota sono i discorsi Dell'uso dell'istoria (1807) e Dell'influenza della storia (1815), e assai pregevole è il quadro che egli traccia del risorgimento spirituale d'Italia dalla fine del Seicento ai suoi giorni nel libro L'Italie au dix-neuvième siècle.

giovedì 6 ottobre 2016

Acton Minghetti Laura

«Essa canta, dipinge, ricama, suona il piano, legge, conversa, filosofeggia, scherza, si diverte di tutto quello che si dice o si scrive, s'interessa a tutto, insomma vive, sembra quasi giovane».Così Romain Rolland in una lettera alla madre datata 10 marzo 1890 descrive, tra l'impressionato e l'ammirato, l'esuberante vitalità dell'allora più che sessantenne Laura Acton, di cui è assiduo frequentatore. Laura rappresenta il prototipo della signora dell'Ottocento che nella gestione di un salon realizza non solo l'educazione all'usage du monde propria delle donne della sua classe, ma anche straordinarie capacità organizzative e di attivo intervento politico, coniugando l'amabilità mondana del secolo precedente ad una spigliata consuetudine con uomini di partito.Nata a Napoli nella nobile famiglia degli Acton, essa sposa a diciotto anni il principe Domenico di Camporeale, seguendolo poi nella sua attività di diplomatico a Parigi e Londra. Rimasta vedova nel 1863, si stabilisce a Torino dove conosce Marco Minghetti sposandolo l'anno successivo. Comincia a tenere salotto nelle diverse città in cui la porta la carriera del marito, uomo tra i più rappresentativi della Destra storica (tra l'altro, presidente del consiglio due volte): Torino prima, poi, dal ‘65 al ‘70 Firenze capitale, infine Roma.Il suo circolo ha un forte carattere politico, coinvolgendo i parlamentari e compagni di partito del consorte, ma mantiene nello stesso tempo il timbro della leggerezza mondana connaturata alla personalità di Laura, eclettica, spumeggiante, inguaribilmente portata a considerare l'arte di ricevere come un piacevole dovere. È difficile rendere conto puntualmente dei frequentatori delle conversazioni della Minghetti: aperte più o meno a tutta l'élite liberale, esse sono l'esempio di un modello di salotto ottocentesco che diventa luogo di costruzione delle carriere politiche nell'Italia postunitaria.Dopo il 1870, in seguito al trasferimento a Roma dove Laura continua a ricevere ben oltre la morte del marito (1886), il carattere dei suoi incontri si fa più eclettico. Si mescolano infatti ai parlamentari i molti stranieri presenti in città e le conversazioni prendono spesso il tono del ricevimento aprendosi a intrattenimenti musicali. Nella Roma “bizantina“ della fine del secolo il suo circolo sembra perciò occupare uno spazio intermedio tra i ritrovi delle signore mogli di parlamentari (come Amalia Depretis e Lina Crispi) e i più variopinti ed anticonformisti salotti culturali di alcune signore straniere che vivono stabilmente nella capitale, come Nadina Helbig e Malwida von Meysenbug di cui essa è amica. Attivissima anche nei pranzi e nei ricevimenti di corte, Laura è riconosciuta come una sorta di grande dama della politica e della mondanità cittadine: sembra rappresentare «l'anello di congiunzione tra il passato e il presente» (così la definisce Emma Perodi nei suoi profili di signore romane), coniugando l'antica arte della conversazione con quella nuova delle mene di partito. Muore emblematicamente nel 1915, quando è da poco iniziato il conflitto mondiale che segnerà la fine del «lungo» Ottocento.

venerdì 23 settembre 2016

Inaugurato il 5 maggio 1915 in Palazzo Bianco, dal 1934 ha sede nella casa natale di Giuseppe Mazzini in via Lomellini 11.  Il Museo del Risorgimento conserva ed espone un ricco patrimonio storico e artistico (documenti,dipinti, stampe, armi, uniformi, fotografie, cimeli), attraverso il quale rivivono le figure simbolo del Risorgimento: Mazzini e il movimento repubblicano e democratico, Garibaldi e le Camicie Rosse, Goffredo Mameli e l’Inno d’Italia. Il percorso espositivo,  arricchito da installazioni multimediali, ripercorre le vicende storiche che hanno portato all’Unità d’Italia, dalla rivolta genovese antiaustriaca del 1746 sino all’inaugurazione del Monumento ai Mille di Quarto nel 1915.Una collocazione di rilievo è dedicata al manoscritto recante la prima stesura autografa dell’Inno d’Italia di Goffredo Mameli, cantato per la prima volta in pubblico a Genova il 10 dicembre 1847, e alle testimonianze relative alla figura di Giuseppe Mazzini, tra cui la chitarra a lui appartenuta e suonata nel lungo esilio londinese, suonata ancora oggi in occasione di speciali ricorrenze. 

domenica 4 settembre 2016

Museo Civico del Risorgimento

Nel 1884, nell'ambito dell'Esposizione nazionale di Torino, fu realizzata una mostra dedicata al Risorgimento nazionale, alla quale Bologna partecipò con numerosi oggetti e documenti. In quell'occasione, si iniziò a pensare alla istituzione di un Museo del Risorgimento nella città.Qualche anno dopo, all'interno della Esposizione Emiliana del 1888,  fu istituito un "Tempio del Risorgimento", che esponeva anche molte delle memorie già viste a Torino. L'esposizione ottenne un grande successo tanto che, alla sua chiusura, il Consiglio Comunale deliberò liistituzione di un Museo permanente, che venne inaugurato il 12 giugno 1893 in una sala al pian terreno del Museo Civico, con materiali in massima parte giunti attraverso donazioni.Come gli altri Musei del Risorgimento, anche quello di Bologna sorse con un duplice intento: da una parte educare il popolo - e particolarmente le giovani generazioni - agli ideali  patriottici, dall'altra favorire la ricerca storica sul recente passato e fornire strumenti per il lavoro degli studiosi; la sala espositiva del Museo fu destinata ad adempiere alla prima funzione, mentre la Biblioteca era rivolta prevalentemente agli studiosi.Nel 1915 ai Musei del Risorgimento venne affidato il compito di raccogliere documentazione di quella che veniva definita la "Quarta Guerra di Indipendenza". Analogamente, durante il fascismo, che si proponeva come prosecutore ideale del Risorgimento, vennero raccolti, sebbene con minore determinazione, materiali dell'impresa fiumana, delle guerre coloniali, della guerra di Spagna e della seconda Guerra Mondiale.Chiuso nel 1943, il Museo fu riaperto al pubblico nel 1954; il suo ambito di interesse si estese alla Resistenza, assumendo la nuova denominazione di "Museo civico del primo e secondo Risorgimento".Nel 1962 fu nuovamente chiuso. Nel 1975 venne di nuovo riaperto, con un diverso assetto espositivo: al "museo-sacrario", affastellato di reliquie, destinato a suscitare "commozione e reverenza" nel visitatore, si sostituì un Museo rivolto particolarmente alle scolarescheNel 1990 il Museo, affiancato dai depositi dei materiali museali, dalle strutture didattiche e dal laboratorio di restauro, venne trasferito alla nuova - ed attuale - sede di Casa Carducci. Nell'occasione, venne realizzato un nuovo percorso espositivo che partendo dalla Rivoluzione Francese giunge alla prima Guerra mondiale, tornando in tal modo alle origini, e stesso tempo alla denominazione di "Museo Civico del Risorgimento".


martedì 30 agosto 2016

Giustiziati a Fantina da soldati piemontesi

La storiografia ufficiale sul periodo del Risorgimento in Sicilia (ma anche in Italia) non è come la studiamo nei libri di scuola. La cosiddetta unità d’Italia fu anche tragedia. Fu anche scontro fra italiani e gli stessi garibaldini italiani. Fu l’annessione forzata della Sicilia e del Sud al Regno del Piemonte che, come scrisse il generale Enrico Cialdini al re, produsse “8968 fucilati, tra cui 64 preti e 22 frati; 10604 feriti; 7112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi”.Abbiamo pubblicato articoli su Garibaldi e abbiamo ricordato e scritto sulla strage di Bronte avvenuta il 10 agosto 1860 quando Bixio, con un processo sommario, fece fucilare 16 persone ritenute sovversive. Quello che vi raccontiamo ora è la cronaca di ciò che avvenne nel paesino di Fantina (nelle vicinanze di Novara di Sicilia nel Messinese) il 3 settembre 1862.L’episodio, meglio conosciuto come “l’eccidio di Fantina” si verificò sei giorni dopo che Garibaldi fu ferito sull’Aspromonte dai bersaglieri del generale Pallavicini che aveva avuto l’ordine perentorio da Vittorio Emanuele II di bloccare l’avanzata verso Roma del nizzardo per conquistarla. Da quel momento alle truppe sabaude fu comandato di rintracciare e catturare ogni garibaldino e considerarlo un traditore. Furono in quasi duemila quelli che vennero scovati e arrestati insieme ad altri soldati che avevano precedentemente abbandonato i loro reparti per unirsi a Garibaldi.A divulgare per primo la notizia dell’infame misfatto piemontese consumatosi a Fantina fu un giornale di Genova che nella primavera del 1865 anticipò di pochi giorni ciò che avrebbe poi scritto Giuseppe Bennici nel suo libro. Riferendosi all’eccidio di Fantina, egli affermò: “Finché non ebbi documenti in mano, io stentai a prestar fede ai primi racconti; perché giammai non avrei creduto potersi in Italia, in pieno secolo decimonono, fra tanto vanto, consumare una così nera scelleraggine”.Era la sera del 2 settembre 1862, quando un battaglione del 47° fanteria comandato dal maggiore piemontese Giuseppe De Villata, proveniente dall’esercito austriaco, sorprendeva e faceva prigionieri una cinquantina di volontari garibaldini sbandati appartenenti alla colonna del maggiore Carlo Trasselli di Palermo, arrivati nelle vicinanze di Fantina stressati dalla fame e dalla sete. Avendo saputo della catastrofe dell’Aspromonte, cercavano di raggiungere il municipio per deporre le armi e quindi sciogliersi.Il ferimento e l’arresto di Garibaldi sull’Aspromonte avevano profondamente amareggiato quei giovani garibaldini che, per mancanza di spazio, non essendosi potuto imbarcare con lui per la Calabria e che ora erano braccati dal generale Cialdini, il quale con un decreto del 31 agosto aveva invitato i soldati del re a considerare e a trattare come briganti i garibaldini che non si fossero costituiti all’autorità militare entro cinque giorni.I fuggitivi, bussando alle loro porte, riuscivano dai contadini della zona a procurarsi qualche pezzo di pane e un bicchiere d’acqua per ristorarsi un po’. Sorpresi però dalle regie truppe mentre dormivano nel pieno della notte, senza fare resistenza, furono fatti quasi tutti prigionieri di guerra mentre alcuni scapparono e si allontanarono dalla borgata. Condotti da De Villata, questi esclamò se fra loro vi fossero dei disertori. In sette si fecero avanti, essendo stati prima incoraggiati dal maggiore Trasselli a dichiararsi tali per essere perdonati e aver salva la vita.Ma le cose non andarono come aveva promesso il loro comandante. Violando ogni codice penale militare di guerra, senza alcun processo, senza rispetto per la vita umana, senza pietà cristiana De Villata ordinò al capitano Rossi di eseguire subito la fucilazione che venne effettuata lungo la riva di un torrente del paese. Furono concessi soltanto dieci minuti da dedicare alla preghiera prima di essere sparati. Non avrebbero temuto la morte battendosi sul campo di battaglia contro il nemico ma ora non riuscivano a rassegnarsi nel sapere di dover morire trafitti da pallottole fraterne.



sabato 27 agosto 2016

Genova,Museo del Risorgimento

Inaugurato il 5 maggio 1915 in Palazzo Bianco, dal 1934 ha sede nella casa natale di Giuseppe Mazzini in via Lomellini 11.  Il Museo del Risorgimento conserva ed espone un ricco patrimonio storico e artistico (documenti,dipinti, stampe, armi, uniformi, fotografie, cimeli), attraverso il quale rivivono le figure simbolo del Risorgimento: Mazzini e il movimento repubblicano e democratico, Garibaldi e le Camicie Rosse, Goffredo Mameli e l’Inno d’Italia. Il percorso espositivo,  arricchito da installazioni multimediali, ripercorre le vicende storiche che hanno portato all’Unità d’Italia, dalla rivolta genovese antiaustriaca del 1746 sino all’inaugurazione del Monumento ai Mille di Quarto nel 1915.Una collocazione di rilievo è dedicata al manoscritto recante la prima stesura autografa dell’Inno d’Italia di Goffredo Mameli, cantato per la prima volta in pubblico a Genova il 10 dicembre 1847, e alle testimonianze relative alla figura di Giuseppe Mazzini, tra cui la chitarra a lui appartenuta e suonata nel lungo esilio londinese, suonata ancora oggi in occasione di speciali ricorrenze. 

domenica 21 agosto 2016

Museo del Risorgimento "A. Saffi"

Il Museo è ospitato nel settecentesco Palazzo Gaddi, caratterizzato da grandiose forme barocche, con significativi innesti, soprattutto pittorico-decorativi, neoclassici.Conserva materiali che vanno dal periodo napoleonico (1796) sino alla II Guerra Mondiale, al momento parzialmente esposti a seguito dei lavori di restauro dell'edificio. All'interno del percorso museale è privilegiata la parte risorgimentale, con cimeli di Piero Maroncelli, Achille Cantoni, Aurelio Saffi.Da segnalare un ricco repertorio di testimonianze sulla "vocazione" volontaria e garibaldina dei forlivesi.

sabato 20 agosto 2016

Terre di Lucca e di Versilia

Il Museo del Risorgimento, ospitato in alcune sale del Palazzo Ducale, illustra attraverso una interessante esposizione di reperti, il periodo della storia italiana compreso tra il 1821 e la prima guerra mondiale. Importante la presenza di cimeli rari quali, ad esempio, la bandiera dei Carbonari del 1821 omaggio dell´amministrazione provinciale, le bandiere della Guardia Nazionale e del XII battaglione, e i cimeli garibaldini e mazziniani. Sono esposte inoltre una serie di armi di varie epoche e nazioni di provenienza. Il museo, profondamente ristrutturato, è stato riaperto il 17 marzo 2013. Il nuovo allestimento propone attraverso strumenti multimediali, un percorso immersivo, che supporta e amplifica il potere evocativo della collezione del museo – oggetti d’uso quotidiano, quadri, lettere, armi, vestiario, ecc., in modo che siano gli stessi reperti a raccontare la loro storia al visitatore. Particolare attenzione nella costruzione del percorso è stata data al tema dell'accessibilità universale. di Versilia

giovedì 11 agosto 2016

La medaglia Pontificia per la Battaglia di Castelfidardo



La medaglia Pontificia per la Battaglia di CastelfidardoLungi da ogni interpretazione polemica, lo stemma adottato, che compare in ogni pubblicazione, invito o manifesto del Museo, ha un’origine prettamente cattolica e segno della volontà di Pio IX di onorare coloro che si misero al suo servizio per difendere i suoi diritti. Quando nel 1982 si ebbe la certezza che vi era la possibilità di creare un Museo Risorgimentale a Castelfidardo, si indisse una riunione, che poi si tenne nel febbraio del 1983 in Municipio (presenti oltre al sottoscritto i rappresentanti politici dell’epoca, Paoloni, Bugiolacchi e gli esperti invitati appositamente i professori De Vita, Arpino e Crociani). Si individuarono le linee essenziali del linguaggio museale. Si convenne di dare un’impronta più pontificia che sarda al Museo, nella convinzione che di musei “nazionali” in Italia vi era abbondanza e che di “pontifici” vi era solo quello Storico Lateranense. In più si voleva dare risalto alla parte pontificia, nella convinzione che questo segmento di storia italiana fosse poco conosciuto, demandando alla seconda struttura museale (il complesso monumentale di Cialdini) il compito di rappresentare la parte sarda. In questa ottica la scelta doveva cadere su un simbolo che ricordasse lo Stato pontificio che avesse attinenza con Castelfidardo. Scartate subito le chiavi decussate, si esaminarono vari elementi dell’ uniformologia pontificia (i segni distintivi degli Zuavi, dei Carabinieri svizzeri e di altri corpi che combatterono a Castelfidardo), ma subito ci si accorse che la migliore scelta era adottare la “Medaglia di Castelfidardo”. Su consiglio del Pro ministro per le Armi, De Merode, Pio IX aveva fatto coniare una Medaglia commemorativa al fine di premiare i soldati che si erano battuti in suo nome. La medaglia fu istituita con Breve del 12 novembre 1860, applicato con Ordine n. 484 dell’8 dicembre 1860 del Ministero delle Armi, con la motivazione “per tutti coloro che avessero preso parte attiva alla campagna del 1860 contro l’Esercito Sardo invasore”. I privilegi connessi alla Medaglia erano di ordine morale e economico: tutti coloro che ne erano insigniti erano dichiarati benemeriti della Chiesa Cattolica, della Sede Apostolica e di tutte le Società Umane; concedeva il beneficio di un anno in più nel computo del servizio per la pensione. I gradi erano quattro: oro Smaltata in blu per gli Ufficiali Generali, oro per gli Ufficiali Superiori, argento per gli Ufficiali Inferiori, metallo bianco per i Sottufficiali e Truppa. La Medaglia consisteva in una croce capovolta, a significare, in ricordo del Primo degli apostoli e di come fu ammazzato, il “martirio” a cui la chiesa, e i suoi difensori, in quel 1860 era sottoposta di novelli pagani, con il motto “Victoria, quae vicit mundum, fides nostra”; sul retro porta l’iscrizione “Pro Petri Sede, Pio IX P.M.A.XV”. Da questa iscrizione veniva chiamata la Medaglia Pro Pedri Sede. Le iscrizioni erano su un disco, che racchiudeva la croce capovolta, all’interno del quale era disegnata una serpe che si mordeva la coda, a significare il peccato mortale che si compiva a chi osava attaccare la chiesa. I Romani, sempre dissacranti, immediatamente definirono la Medaglia la “ciambella” o il “Ciambellone”, per le sue dimensioni fuori norma medaglistica, di Castelfidardo, tanto che nel 1867, memori di ciò per la Medaglia di Mentana fu scelta una croce germanica ridotta. La Medaglia era attaccata ad un nastro bianco, giallo e rosso, su cui si attaccavano delle fascette,a significare la partecipazione dell’insignito al fatto d’arme. Le fascette erano sei: Viterbo, Pesaro, Fano, Sant’Angelo, Castelfidardo e Ancona. Al massimo, per ovvi motivi, si avevano una o due di tali fascette per ogni insignito. Nel 1984 nel momento in cui si doveva riprodurre il simbolo sulle locandine per il primo Convegno di Studi, si decise di stilizzare la Medaglia. Da qui il simbolo, che, sembra, ultimamente sia stato al centro di polemiche. Con tale simbologia si voleva, e si vuole, ricordare coloro che, ad oggi quasi dimenticati, combatterono per la causa pontificia, in uno spirito di conciliazione.

lunedì 8 agosto 2016

Il Compendio Garibaldino

Il Compendio Garibaldino è considerato uno dei luoghi storici e paesaggistici più suggestivi della Sardegna. Immerso nel verde della vegetazione mediterranea e le caratteristiche rocce granitiche dell'Isola di Caprera, circondato dai colori cristallini delle acque dell'arcipelago di la Maddalena, custodisce il luogo in cui il Generale Giuseppe Garibaldi avviò la sua azienda agricola e costruì la dimora in cui visse con i suoi familiari, dal 1856 al 1882, anno della sua morte. Meta di pellegrinaggio culturale, il sito registra ogni anno migliaia di presenze che arrivano da ogni parte del mondo per rendere omaggio alla sua tomba e per godere del percorso che si dipana attraverso un bellissimo parco storico. È un luogo di forte emozione e di sentimenti atti a rivalutare aspetti della vita spesso trascurati del protagonista della vicenda unitaria italiana. Caprera è il luogo in cui Garibaldi decise di soggiornare dopo tante traversie. L'isola rappresentò per lui un punto di riferimento costante tra un viaggio e l'altro, tra un'impresa e l'altra. Il Generale vi si stabilì nel 1856, dopo averne acquistato metà grazie ad un lascito del fratello Felice. Dieci anni più tardi ne acquisì l'intera proprietà grazie alla generosità di amici inglesi che gli donarono la parte restante. Caprera era il suo Eden, e là visse circa 26 anni rasserenando l'animo occupandosi della coltivazione dei campi e coltivando il frutteto, il vigneto e l'aranceto. Qui figurano piante dalle quali egli traeva in parte il sostentamento per la famiglia e alle quali aggiunse essenze a lui particolarmente care, che ampliavano il numero di quelle già esistenti sul luogo.Garibaldi si occupò personalmente della cura dell'orto e del giardino. Voleva ottenere dalla terra prodotti agricoli, lasciando allo stesso tempo intatte le peculiarità del territorio. Ai margini della fattoria introdusse alberi ad alto fusto, dei quali sono rimasti alcuni pini, ginepri, frassini e carrubi. Il maestoso pino che troneggia al centro del giardino venne piantato nel febbraio del 1867 in occasione della nascita della figlia Clelia. La prima abitazione, di tre vani, ancora esistente nella parte sud del cortile e ristrutturata con l'aiuto del figlio Menotti, del segretario Basso e di altri amici, si rivelò presto insufficiente per accogliere i numerosi familiari, motivo per il quale fu fatta venire da Nizza una casa in legno di facile e rapida costruzione. In seguito si recintò con un muro la proprietà per proteggere le colture dagli animali selvatici e, infine, fu edificata l'attuale ‘casa bianca'. È questa una dimora dall'architettura semplice, realizzata con stanze comunicanti, articolate intorno ad un piccolo disimpegno senza finestre, destinato alla scala di accesso alla terrazza dalla quale si domina tutto l'arcipelago. Questa dimora è segno della sua vita frugale, del piacere di godere della natura e del fascino dell'isola di Caprera. In questa pace egli ebbe modo di riflettere e preparare le grandi imprese che avrebbero cambiato il profilo della Nazione; è qui che il suo spirito concepì quanto fattivamente lo portò ad essere uno degli uomini determinanti del nostro Risorgimento.

sabato 6 agosto 2016

Il Museo Nazionale della Campagna dell'Agro Romano

Il Museo
Il Museo Nazionale della Campagna dell'Agro Romano per la liberazione di Roma, è stato realizzato dallo Stato a Mentana nel 1905 allo scopo di raccogliere tutti i cimeli e le donazioni offerti dai familiari dei garibaldini molti dei quali sono sepolti nell'Ara Ossario attigua. Le decorazioni sulle facciate anteriore e posteriore sono dello scultore Scardovi. Il museo ha, come fine primario, la raccolta e la conservazione dei documenti, armi, divise, foto e cimeli legati alla Campagna del 1867. E' opera dell'Architetto Giulio De Angelis.Sono altresì numerose le testimonianze di altri periodi della storia garibaldina,dalla presenza di Garibaldi in America, alla Repubblica Romana del 1848-1849, alla Campagna dei Mille in Sicilia, al 1866 con la Terza Guerra d'Indipendenza, a Digione nel 1870-71 ed, infine, alla Campagna di Grecia guidata da Ricciotti Garibaldi.I cimeli, spesso unici, vedi la vetrina della Carboneria, la cravatta di Giuseppe Mazzini, autografi di Garibaldi e dei figli oltre a quello del genero Stefano Canzio, foto autentiche di Giuseppe, Menotti e Ricciotti Garibaldi ed altri personaggi del Risorgimento.Per quanto riguarda le armi, sono presenti nel museo fucili Remington-roll/block, Chassepots e i più semplici ad avancarica costituendo un buon esempio degli armamenti dell'epoca sia per quanto riguarda i garibaldini, sia per le truppe pontificie e quelle francesi. Numerose le pistole e le armi bianche. Il materiale è ordinato in sezioni con ampie spiegazioni grafiche fornite da esperti per l'approfondimento della storia da parte degli studenti e dei visitatori.Le Forze Armate prestano particolare attenzione con le visite delle scuole militari, ultimamente è stata istituita una sezione dedicata alle testimonianze sulle forze contrapposte ai Volontari Garibaldini nella Campagna dell'Agro Romano, pontifici e francesi.Attigue al museo una biblioteca ed un archivio storico con rare pubblicazioni sul risorgimento in generale e sulla storia garibaldina in particolare. Sono in dotazione audio e videocassette con musiche originali dell'epoca.Tra i cimeli del 1867 annovera, tra i pezzi di notevole valore, la divisa completa con ghette, fascia e decorazioni del Garibaldino Cesare Becherucci. sono presenti 30 corone di alloro in metallo smaltato, realizzazioni artigiane di fine 800, una spada con lama ondulata per l'iniziazione alla Massoneria.E' presente un'immagine di Garibaldi nelle sembianze di Gesù Redentore, metodo adottato dai Volontari Garibaldini per eludere i rigori della polizia pontificia. Cartucce originali ad avancarica nelle loro originali giberne ed un quadro ad olio su tela di Vittorio Emanuele II. Il logo del museo è del 1997, autore la francese Helen Moriò.Il 5 maggio del 1888 fu approvato il nuovo stemma del Comune che sostituiva le chiavi incrociate pontificie, la proposta alla Consulta Araldica fu sostenuta dal Sindaco dell'epoca Giuseppe Lodi. Questo stemma è costituito dall'Ara-Ossario dei caduti del 1867. Alla base vi sono due spingarde con ai lati tre palle di cannone, mentre sotto ancora, la scritta "Dio-Patria-Umanità".Il museo dispone di una nuova sala nella quale è possibile effettuare riunioni e conferenze su richiesta.

mercoledì 3 agosto 2016

Museo Storico Civico di Bari

Il Museo ha sede in una struttura antica nell'area del centro medievale della città. L'idea della costituzione di un Museo Storico Civico nasce all'inizio del Novecento a partire da un'esposizione storica sull'Ottocento di grande successo. Il materiale della mostra confluì poi nel Museo Storico inaugurato nel 1919, e si arricchì progressivamente di elementi di notevole interesse storico. Inizialmente l'allestimento prevedeva una prima sezione dedicata alla Prima Guerra Mondiale, e altre sezioni che ordinavano oggetti e cimeli, documenti medievali, materiale riguardante Rivoluzione Francese e Risorgimento, e la caricatura. Al momento il Museo contiene diversi cimeli che risalgono alla Prima Guerra Mondiale, alla Guerra di Eritrea e a quella Libica, armi, tra le quali sono presenti anche esemplari provenienti dalla Guardia Nazionale e pezzi borbonici, una divisa garibaldina, una raccolta di caricature di Esperus e Frate Menotti, filmati e foto d'epoca di grande interesse storico perché testimoniano l'immagine urbanistica cittadina prima degli interventi novecenteschi, libri e cartoline, un documento autografo di Mazzini, sigilli e calchi medievali e soprattutto il primo libro stampato a Bari negli anni '30 del Cinquecento. Una parte molto importante del materiale esposto proviene dalla collezione donata dalla famiglia Tanzi, che apporta una raccolta di armi di grande valore, la quadreria di famiglia e soprattutto la documentazione d'archivio, che si costituisce come una fonte storiografica fondamentale per la ricostruzione storica del territorio tra il Cinque e l'Ottocento.

martedì 26 luglio 2016

COMPLESSO MONUMENTALE DI SAN PIETRO

Il Complesso di San Pietro è una struttura articolata e funzionale, un vero gioiello di recupero storico, oggi adibito alle attività sociali e culturali della città, accoglie il Centro Internazionale di studi Risorgimentali e Garibaldini, l'associazione Nazionale delle Città garibaldine ed in Centro Internazionale di studi Fenici, Punici e Romani.Accoglie inoltre la Sala conferenze di 160 posti che fa da Auditorium e da spazio Cinema ed un atrio attrezzato a cinema estivo.Il Monastero benedettino del ‘500, protetto dalla Specola, struttura a torre quadrata, ospita al posto delle antiche celle e dei refettori, oggi adibiti a museo, la sede della Biblioteca Comunale Struppa ed il Museo Civico di Marsala, suddiviso in tre sezioni:
 - Museo Civico, Sezione Risorgimentale e  Garibaldina: fondato da Giacomo Giustolisi.Sono esposte stampe d’epoca, documenti originali,  quadri e ritratti, uniformi e divise, armi e sciabole, insieme a revolver a spillo, fucili e baionette, foto, medaglie, camicie rosse, ed una ricca iconografia  relativa all’impresa dei Mille, oltre alla famosa poltrona in damasco su cui sembra che Garibaldi riposò dopo lo sbarco.
- Museo Civico, Sezione Archeologica: Gli oggetti esposti sono tutti di fabbricazione lilibetana e sono in gran parte costituiti da vasellame  d’uso comune, brocche, anforette, coppette. I materali esposti in tre sale abbracciano l’arco di tempo che va tra il IV secolo a.C. ed il II secolo d.C.

Museo di Catanzaro

Il Museo è allestito nella Caserma Florestano Pepe e documenta le vicende del Risorgimento italiano, delle Guerre d'Africa e di Spagna, attraverso l'esposizione di uniformi, fotografie, cimeli, armi, documenti di vario genere. Una curiosità è la stampa del Generale borbonico Vito, governatore delle Calabrie, che nel 1815 presiedette all'esecuzione di Gioacchino Murat a Pizzo Calabro Museo del Risorgimento di Catanzaro

Museo del Risorgimento "Vittorio Emanuele Orlando

Museo del Risorgimento "Vittorio Emanuele Orlando
Durante la grande guerra del 1915-18, a cura di Alfonso Sansone, presidente della Società  del  tempo, fu raccolto il materiale che costituì il Museo inaugurato il 1918. Questa prima raccolta, pressoché informe, dalla segreteria generale venne una prima volta rimaneggiata, con eliminazioni, con nuovi apporti e con razionale sistemazione, nel 1932, quando si dovette procedere a urgenti riparazioni al pavimento del salone soprastente. Lo stato attuale presenta un nuovo ordinamento che è stato imposto dai gravi danni arrecati dall'ultima guerra sia al locale che al materiale.   Questo, recuperato e accortamente restaurato, è stato disposto, a cura della segreteria generale della Società,ne grande salone in modo da presentare, aggruppati secondo le varie fasi della rivoluzione risorgimentale siciliana, e cioè 1820 e 1821, 1836-1837, 1848-1849, i ricordi storici che la riguardano, ai quali fanno seguito rari cimeli e documenti della spedizione garibaldina. Di essi, parte erano stati presentati alla Esposizione Nazionale di Palermo del 1891-92, altri sono stati offerti da enti e privati cittadini. Vi sono armi di varie epoche, notevoli le spade artistiche donate a Garibaldi, la bandiera che sventolò sul Lombardo durante il viaggio dei Mille, cimeli, uniformi garibaldine e della Guardia Nazionale, busti in marmo e bronzo dovuti allo scalpello dei maggiori scultori dell'ottocento e del primo novecento: B. Civiletti, B. Delisi, E. Ximenes, A.Ugo, ritratti ad olio tra i quali di sommo pregio artistico quello del Marchese di Rudinì del Boldini, stampe clandestine, documenti preziosi dell'attività parlamentare e giornalistica della rivoluzionenel 48-49, la lettera di rinunzia da parte di Alberto Amedeo di Savoia, al trono di Sicilia, ecc. La sala dedicata a Francesco Crispi, sulla parte orientale del chiostro, è riservata ai ricordi di quel grande Siciliano donati in parte dalla Figlia Principessa di Linguaglossa. Vi è il suo scanno parlamentare, il tavolo di lavoro, suoi busti e ritratti, fotografie con dedica autografa di Garibaldi, di Verdi, di Carducci, di Pilo, di Mazzini, di Gustavo Modena, di Mameli, della Famiglia Cairoli, di Bismark, di di Gladstone. La guerra con la sua furia devastatrice aveva arrecato gravi danni a questa magnifica sede. Le incursioni aeree del 1942-43 fecero crollare un vano del Museo, colpirono il salone, mandarono in frantumi le vecchie vetrate istorate, alcune colonnine del chiostro furono infrante, oggetti e carte dispersi o distrutti, tutti i locali resi inabitabili, ingombri di calcinacci e rottami. Passata la bufera, si provvide a ricostruire e rifare i locali, restaurare le opere d'arte con l'aiuto del governo alleato prima, poi con quello assai più vistoso della Regione Siciliana e del Governo Centrale a mezzo dell'Ufficio del Genio Civile. Nel rinato fervore della ricostruzione, il Museo ricevette nuovo incremento con il miglioramento dei locali che richiedevano consolidamento e rifiniture. Nel 1961 si ebbe, quindi, un riordinamento totale e il 15 aprile dello stesso anno la sua riapertura ufficiale.Nei primi mesi del 2006 iniziano i lavori di ristrutturazione e di riconfigurazione espositiva del Museo con la conseguente chiusura fino al 29 maggio 2010, giorno in cui, contestualmente alla riapertura, si svolge il convegno "Garibaldi in Sicilia - 150 anni dopo". Alla presenza del presidente della Società Giovanni Puglisi, del direttore del Museo Nino Aquila, dell'assessore regionale ai Beni Culturali e all'Identita' Siciliana Gaetano Armao e del Rettore dell'Universita' degli Studi di Palermo Roberto Lagalla, si inaugura ufficialmente il Museo del Risorgimento "Vittorio Emanuele Orlando".

mercoledì 20 luglio 2016

La rivoluzione del 1821 in Piemonte


  • Nella notte tra il 9 e il 10 marzo 1821 alcuni “federati” (una setta rivoluzionaria liberale diffusa in Lombardia e Piemonte), guidati tra gli altri dal colonnello Guglielmo Ansaldi e dal capitano Isidoro Palma, si impadronirono della cittadella di Alessandria e fecero insorgere il reggimento Dragoni del re e la brigata Genova; nella stessa notte fu costituita una Giunta provvisoria di governo della quale fu presidente Ansaldi stesso.Nel giro di due giorni la rivolta si propagò a Torino, dove il 12 marzo un gruppo di ufficiali fece insorgere il reggimento Aosta e si impadronì della cittadella: vi fu innalzata la bandiera con i tre colori della carboneria e fu proclamata la Costituzione di Spagna. Incapace di fronteggiare la situazione, Vittorio Emanuele I decise allora di abdicare e, dato che suo fratello Carlo Felice si trovava a Modena, nominò reggente il cugino Carlo Alberto.Disorientati dagli ultimi avvenimenti, i capi della cospirazione, animati da sincero lealismo dinastico, non riuscirono a frenare l'insurrezione che si era nel frattempo estesa ad Asti, Ivrea, Vercelli, Casale e ad altre città di provincia.La sera del 13 marzo, dopo aver ascoltato il parere del consiglio dei Decurioni di Torino e di alcuni ufficiali superiori che comandavano i reparti di guarnigione nella capitale, Carlo Alberto si convinse a concedere la Costituzione di Spagna, su cui giurò poi due giorni dopo. Il 16 marzo però il fratello di Vittorio Emanuele I, Carlo Felice, assunse da Modena la pienezza del potere regio e dichiarò illegittima la reggenza di Carlo Alberto e la Costituzione. Dopo aver tenuto per alcuni giorni un comportamento ambiguo ed aver nominato reggente del ministero della Guerra Santorre di Santarosa – capo assieme a Guglielmo Moffa di Lisio, Giacinto Provana di Collegno, e Carlo Asinari di San Marzano di una cospirazione che era stata scoperta a Torino i primi di marzo – Carlo Alberto partì quindi per Novara secondo gli ordini che gli erano stati precedentemente impartiti da Carlo Felice, e si unì alle forze controrivoluzionarie.A partire dal 21 marzo, mentre a Genova si formava un'amministrazione provvisoria favorevole al regime costituzionale, la Giunta di governo di Torino assunse temporaneamente tutti i poteri.In quest'ultima fase della rivoluzione l'anima del governo provvisorio divenne Santorre di Santarosa: nonostante i suoi enormi sforzi per riorganizzare l'esercito e per mobilitare la guardia nazionale in vista dell'imminente scontro con le forze fedeli a Carlo Felice e con il corpo di quindicimila austriaci accordato al re dalla Santa alleanza, la maggior parte della popolazione rimase indifferente, mentre molti, nell'esercito e nella burocrazia, temettero le future rappresaglie del re  L'8 aprile si svolse quindi presso Novara un breve combattimento nel quale le truppe costituzionali furono vinte. Il giorno successivo gli austriaci occuparono Alessandria, mentre il 10 aprile, ad un mese esatto dall'inizio dell'insurrezione, le truppe fedeli a Carlo Felice poterono entrate a Torino.

venerdì 15 luglio 2016

Winspeare David

Portici (Napoli), 1775 – Napoli, 1847
 Giurista e filosofo. Discepolo di Genovesi, funzionario della monarchia borbonica fu poi membro e procuratore generale della Commissione feudale. Di quell'attività e dei suoi studi storico-giuridici resta tra gli altri la Storiadegli abusi feudali (Napoli 1811), dedicata Murat. Nominato nel 1812 avvocato generale presso la Corte di cassazione, fu destituito ed esiliato da Ferdinando I per aver accompagnato a Trieste Carolina Murat (1815). Rientrato a Napoli, nel 1820 fu membro della Giunta provvisoria di governo; ma nel 1821 tornò all'avvocatura, che lasciò del tutto nel 1834. Tra il 1843 e il 1846 pubblicò i Saggi di filosofia intellettuale.

lunedì 11 luglio 2016

Esplodono moti insurrezionali in tutta Italia

La rivolta comincia in febbraio nello Stato Pontificio e nei ducati di Modena e Parma. Francesco IV, duca di Modena, fa arrestare Cino Menotti, che sarà impiccato il 26 maggio dopo un processo sommario. La rivolta si espande a Parma (Maria Luisa d’Austria si rifugia a Piacenza), nei territori pontifici dell’Emilia-Romagna, delle Marche e dell’Umbria. A Torino muore Carlo Felice, cui succede Carlo Alberto, che spegne le speranze rivoluzionarie. Giuseppe Mazzini, in esilio a Marsiglia, fonda la Giovine Italia. I moti si concludono con la repressione ad opera delle truppe austriache, che hanno facile vittoria sugli insorti. Il governo francese non va in loro difesa nonostante l’impegno preso l’anno precedente sul principio di non intervento.

venerdì 8 luglio 2016

Bìxio, Gerolamo, detto Nino

Bìxio, Gerolamo, detto Nino. - Patriota (Genova 1821 - Banda Atjeh 1873); ebbe infanzia travagliata e fu costretto a darsi alla vita del mare nella quale ebbe varie avventure. Nel 1847, dopo aver conosciuto a Parigi il Mazzini ed essersi legato col Mameli, fu a capo di alcune cospirazioni genovesi; segnalatosi nella guerra del 1848, prese parte alla difesa di Roma, dove fu ferito (3 giugno 1849). Tornato per breve tempo (1853-57) sul mare, nel 1857, a Genova, riprese l'attività politica, dando inizio al periodo più significativo della sua vita. Fondò il giornale S. Giorgio (poi Nazione), comandò un battaglione di cacciatori delle Alpi nella campagna del 1859, fu uno degli organizzatori dei Mille e comandò il vapore Lombardo. Combatté a Calatafimi, a Palermo, a Reggio, al Volturno, ove contribuì largamente alla vittoria e fu ferito due volte. A lui fu affidata la repressione della rivolta contadina di Bronte, che attuò con spietata decisione (ag. 1860). Entrato dopo il 1860 nell'esercito regolare ed eletto deputato, assunse posizioni politiche moderate; comandante della divisione di Alessandria, prese parte alla battaglia di Custoza e nel febbraio del 1870 fu nominato senatore; nello stesso anno fu chiamato a far parte del corpo d'operazioni nello Stato Pontificio ed entrò in Roma, contemporaneamente a Cadorna, da porta S. Pancrazio. Concluse così la sua attività politica e militare e, ripreso dalla passione del mare, costruitosi un bastimento di ferro (il Maddaloni), partì alla volta dell'arcipelago malese, ove restò vittima della febbre gialla. La sua salma fu riportata a Genova nel 1877.

domenica 3 luglio 2016

I MONUMENTI PRESENTI NELLA VILLA COMUNALE “G. GARIBALDI” DI MISTRETTA


  • Il giardino botanico “G.Garibaldi” della città di Mistretta, oltre alle numerose e rare piante, ospita anche i monumenti  di personaggi importanti. Per la presenza di questi monumenti, per la struttura del laghetto, disegnato secondo la forma della Sicilia, per la disposizione dei viali indicati dalle aiuole, per l’ampio piazzale centrale,  esso è un “giardino all’italiana”.La piazza centrale è l’agorà delle statue!I busti storici, impettiti, di Giuseppe Garibaldi, di Vincenzo Salamone e di Noè Marullo sono stati sistemati attorno al suo perimetro. Sembra che custodiscano la villa attenti a tutte le attività ludiche, ricreative, socializzanti. La prima statua moderna che si incontra, scendendo dal viale di sinistra, è quella della dea Astarte. Isolata dagli altri monumenti, sembra accogliere e dare il benvenuIl più antico monumento dei personaggi illustri è quello di Giuseppe Garibaldi (Nizza 04/07/1807 – isola di Caprera 02/06/1882),. Il due giugno del 1889, con una solenne cerimonia alla quale partecipò quasi tutto il paese, la villa comunale di Mistretta fu intitolata a Giuseppe Garibaldi. Dietro il Quercus ilex fu collocato il monumento formato dalla stele e dal busto con la sua effLo scultore Noè Marullo, autore dell’opera, raffigurò, con lo sguardo penetrante e con gli occhi rivolgenti lo sguardo lontano, sotto la fronte corrugata, il fascino del generale Garibaldi, condottiero e patriota italiano, denominato l’eroe dei due mondi per le imprese militari compiute in Europa e in America meridionale e che aveva suscitato nelle folle la fiducia nei moti insurrezionali.Noè Marullo lo conobbe a Roma, tramite il professor Masini, quando Giuseppe Garibaldi era già vecchio, stanco e deluso. “Lo sguardo penetrante, gli occhi vispi, intelligenti, sognanti “ (35) Marullo, lettere dell’11-5-1879, A.C.M. La giunta comunale mistrettese gli assegnò la somma di 1000 lire che Noè Ma rullo utilizzò per acquistare il marmo per realizzare il monumento a Garibaldi, a Vittorio Emanuele e a figure di Madonne e di donne. Promotore dell’iniziativa fu il Municipio di Mistretta.to a tutti i visitatori della villa.

sabato 2 luglio 2016

Austria e Europa

L'unificazione italiana cambiò profondamente la carta geopolitica dell'Europa. Proprio perciò essa non poté che avvenire con un profondo coinvolgimento delle diplomazie dei principali Paesi del Vecchio Continente.Nonostante i tentativi dell'Austria - lo Stato maggiormente coinvolto nelle modifiche geopolitiche italiane -, volti a cancellare il problema e a ridurlo ad un semplice fatto di ordine pubblico e di sobillazione piemontese, Francia, Gran Bretagna, Russia e Prussia via via si convinsero che l'Italia rappresentava effettivamente un "problema" da risolvere.Quella che possiamo chiamare l'internazionalizzazione della questione italiana fu uno degli obiettivi decisivi conseguiti dalla politica cavouriana da un lato, e dall'incessante agitazione mazziniana e garibaldina dall'altro.

martedì 14 giugno 2016

Il gioco sottile di Cavour e i sogni di Napoleone III

Nella zona di confine tra Lombardia e Veneto, lungo una linea estesa per una ventina di chilometri da nord e sud tra le località di San Martino e Solferino, il 24 giugno 1859 si svolse una delle battaglie decisive per la nostra vicenda risorgimentale. Il sanguinoso scontro fra oltre 200 mila uomini, segnato da combattimenti protrattisi dall'alba al tramonto, rappresentò, infatti, il momento culminante di quel lungimirante piano diplomatico messo in atto negli anni precedenti da Cavour per trascinare la Francia di Napoleone III a fianco del Regno piemontese in un'«avventura» italiana che doveva prevedere l'allontanamento dell'Austria dalle nostre regioni settentrionali. Si trattava, cioè, di suscitare nell'imperatore francese il sogno di rinverdire le imprese del suo grande antenato, consentendo la nascita nella penisola di una confederazione di Stati sotto l'influenza di Parigi. Ma proprio le vittorie ottenute dai piemontesi a San Martino e dai francesi a Solferino segnarono una svolta politica fondamentale, dando ulteriore consistenza ai movimenti insurrezionali dei ducati padani, delle legazioni pontificie e della Toscana, ben decisi, al contrario, a spingere per un'annessione sotto la corona di Vittorio Emanuele. Fu per questo, insieme alle preoccupanti notizie di movimenti di truppe prussiane sul Reno, che l'imperatore decise di interrompere l'avanzata delle sue truppe verso il Veneto e di proporre a Vienna un armistizio (firmato a Villafranca), provocando la delusa reazione e le dimissioni di Cavour . Gli oltre trentamila morti di quella giornata e il drammatico spettacolo dei feriti abbandonati sul terreno ispirò allo svizzero Henry Dunant l'idea della Croce rossa internazionale, che iniziò di lì a poco (1864) a svolgere la sua benefica opera di assistenza sanitaria in pace e in guerra.

sabato 7 maggio 2016

Manfredo Fanti

Generale e patriota. Quando scoppiò l'insurrezione nell'Italia centrale (1831), partì da Modena per combattere gli austriaci. Esule in Francia e poi in Spagna ebbe il grado di colonnello e le funzioni di capo di stato maggiore del comando generale di Madrid.Rientrato in Italia nel 1848 ebbe dal governo provvisorio di Milano l'incarico di mettere in stato di difesa la città di Brescia. Fu eletto deputato al Parlamento subalpino e al comando di una brigata prese parte nel 1855 alla spedizione di Crimea.Fece la campagna del 1859. Al tempo delle annessioni ebbe l'incarico di organizzare l'esercito della lega dell'Italia centrale. Da ministro della Guerra ordinò il primo esercito del Regno d'Italia.

domenica 24 aprile 2016

Ciro Menotti

(Carpi, 22 gennaio 1798 - Modena, 23 maggio 1831)Affiliato alla Carboneria fin dal 1817, maturò fin da giovane un forte sentimento democratico e patriottico che lo portò a rifiutare la dominazione austriaca in Italia. Affascinato dal nuovo corso del re Luigi Filippo d'Orléans, dal 1820 tenne frequenti contatti con i circoli liberali francesi: l'obiettivo era quello di liberare il ducato di Modena dal giogo dell'Austria.Modena era allora governata dal duca Francesco IV d'Asburgo-Este, arciduca d'Austria. Egli reputando il ducato di Modena troppo piccolo per le sue ambizioni coltivava rapporti diplomatici con i diversi stati europei e manteneva una corte sfarzosa . Ciò spiega il suo atteggiamento nei confronti dei movimenti rivoluzionari che agitavano l'Italia; da un lato li temeva ed osteggiava e dall'altro li lusingava nella speranza di potere volgere la loro azione a vantaggio dei propri interessi personali.Avvicinato da Menotti, inizialmente Francesco IV non reagì al progetto rivoluzionario: forse c'erano accordi precisi fra i due tramite anche un altro liberale, l'avvocato Enrico Misley, frequentatore abituale della corte ducale.Non si capisce altrimenti perché Francesco IV, che conosceva a fondo Menotti, non lo avesse fatto subito arrestare come aveva fatto nel 1820 con altri carbonari, o presunti tali, processati e poi condannati. Nel gennaio del 1831 Menotti organizzò nei minimi dettagli la sollevazione. Il 3 febbraio, dopo aver raccolto le armi, radunò una quarantina di congiurati nella propria abitazione, poco distante dal Palazzo Ducale, per organizzare la rivolta.Francesco IV, tuttavia, con un brusco voltafaccia certamente impostogli dal governo austriaco, decise di ritirare il suo appoggio alla causa menottiana ed anzi chiese l'intervento restauratore della Santa Alleanza. Il duca fece circondare dalle sue guardie la casa; i congiurati cercarono di fuggire, alcuni ci riuscirono, altri no e fra questi Ciro Menotti, che, saltato da una finestra nel giardino retrostante la casa, rimase ferito e fu catturato e imprigionato.Il Duca, impaurito dai disordini che stavano scoppiando anche a Bologna, si rifugiò a Mantova, portando con sé Menotti. Fallite le insurrezioni il duca, rientrò a Modena, sempre portandosi dietro il Menotti prigioniero.Due mesi dopo fece celebrare il processo che si concluse con la condanna a morte mediante impiccagione. La sentenza venne eseguita nella Cittadella, assieme a quella di Vincenzo Borelli, anche lui facente parte del gruppo di arrestati la notte del 3 febbraio e condannato a morte. Menotti passò la notte prima dell'esecuzione (23 maggio 1831) con un sacerdote al quale consegnò una nobilissima lettera per la moglie.Oggi al n°civico 90 ,di Corso Canal Grande, ove Menotti abitava, è posta una lapide. E non deve passare inosservato il monumento, voluto dalla comunità modenese e realizzato dallo scultore Cesare Sighinolfi. Fu eretto nel 1879 proprio di fronte all'ingresso del palazzo Ducale. Il patriota è ritratto con lo sguardo rivolto verso la stanza dove venne firmata la sua condanna a morte, che era, al tempo dei duchi, il centro del potere.Recentemente è stato restaurato anche il ceppo dove Menotti e Borelli vennero giustiziati tramite impiccagione. L'opera, ubicata in Piazza I Maggio, in pietra nuda, riprende alcuni scalini del patibolo, e tutto intorno faretti con luci bianco-rosso e verde, illuminano la scena. Ciro Menotti è sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Spezzano di Modena.

mercoledì 30 marzo 2016

Papa Mastai Ferretti

Papa Mastai Ferretti si spense il 7 febbraio 1878, all'età di ottantacinque anni. Il suo pontificato, durato quasi trentadue anni, è stato il più lungo nella storia della Chiesa e, per molti aspetti, il più controverso. Pio IX fu infatti molto amato, ma anche molto odiato; e il sentimento dei romani verso di lui restò a lungo diviso.Quando la salma del pontefice fu traslata nella basilica di San Lorenzo in Campo Verano, nel 1881, si verificarono gravi incidenti nonostante il trasporto fosse avvenuto, per precauzione, di notte, previo accordo segreto con il governo.Di contro, nella capitale anno dopo anno si intensificarono i pellegrinaggi dei fedeli, alimentati anche, dopo il 1870, dal culto del papa «prigioniero» e dalla perdita della sovranità territoriale.Al di là dei sentimenti e delle passioni estreme, il nodo irrisolto stava soprattutto nel «voltafaccia», o «tradimento» di Pio IX, come era parso alla maggioranza dell'opinione patriottica italiana.Chi si è occupato di Pio IX e della storia di quegli anni ha fornito varie spiegazioni del supposto «tradimento», concordando quasi sempre sull'ipotesi dell'equivoco; un equivoco in cui caddero anzitutto i cattolici liberali, ma che Pio IX in parte alimentò, non sapendo o non volendo disfarsi del mito creatosi sulla sua persona.Ma appunto l'equivoco, così come la rigida opposizione di Pio IX di fronte al nuovo Stato, risulterebbero difficili da spiegare senza tener conto del temperamento e della personalità del pontefice: un pontefice dotato di un forte fascino – sottolinea Giacomo Martina, biografo di Pio IX –, ma segnato da una forte emotività, accresciuta dai disturbi giovanili; un pontefice fermissimo nella difesa del potere temporale e degli interessi religiosi, ma assolutamente irresoluto in politica; severo e intransigente, dunque, ma al tempo stesso insicuro; certamente consapevole, nell'ultimo periodo di vita, delle trasformazioni avvenute durante il suo lungo pontificato: «Tutto è cambiato attorno a me – diceva –, il mio sistema e la mia politica hanno fatto il loro tempo, ma io sono troppo vecchio per mutare indirizzo: sarà l'opera del mio successore».D'altra parte il giudizio più immediatamente storico-politico – connesso all'immagine di un papa comunque ostile alla causa italiana – ha talvolta fatto passare in secondo piano il richiamo agli aspetti legati alla vita interiore del pontefice: la spiritualità semplice e profonda, la fama di santità di cui godette presso le persone a lui più vicine, la difesa della moralità. Soprattutto, la devozione profondissima per Maria, come ricordò Giovanni Paolo II nell'omelia del 3 settembre 2000, in Piazza San Pietro a Roma, mentre solennemente lo proclamava beato.

giovedì 17 marzo 2016

FOCOSI, Roberto

FOCOSI, Roberto. - Nacque a Milano il 13 luglio 1806 da Luigi, attore ed impresario teatrale, e da Francesca Perfetti, pittrice dilettante.Iscritto dal 1819 all'Accademia di belle arti di Brera, nel 1824 conseguì un premio "per elementi di figura disegnati dalla stampa"; nello stesso anno partecipò all'annuale appuntamento espositivo braidense, con un "disegno a matita d'invenzione" Il fine tragico di Gabriella di Vergy, ispiratogli da un ballo di G. Gioia rappresentato alla Scala. Nel 1827, ultimo suo anno a Brera, vinse un premio "per l'invenzione in disegno" La sua attività professionale di disegnatore e litografo iniziò nel 1827 con un lavoro di alto livello: fornì otto disegni per i grandi ritratti di illustri contemporanei, che furono incisi da L. Rados (Mazzocca, 1981, tavv. 444, 490; La Braidense, 1991, p. 301). In questi ritratti, come nei molti altri eseguiti nel corso della sua carriera di litografo (Arrigoni - Bertarelli, 1934, che ne segnalano 45), il F. manifesta la sua spiccata capacità di cogliere la fisionomia e fissare con naturalezza l'espressione dell'effigiato: ritrasse personaggi celebri in ambito teatrale. culturale e politico, ed anche persone meno note, in tavole pubblicate sciolte, o inserite in volumi.Sulle orme di F. Hayez, impegnato nel perfezionamento tecnico della litografia, il F. illustrò i Promessi sposi con tredici tavole sciolte che vennero stampate tra il 1828 e il 1830 dalla Litografia Vassalli. Dell'opera manzoniana diede un'interpretazione grafica "spigliata e narrativa" Nel 1830 il F. sposò Giuditta Elena, sorella del pittore e litografo Giuseppe, e anch'essa autrice di alcune litografie (Calabi, 1931, tav. 184). Dal loro matrimonio nacquero sette figli, tra cui Alessandro, pittore, Eugenio ed Emilia, dei quali si conosce qualche litografia. Rimasto vedovo, il F. sposò in seguito Anna Maria De Monti, dalla quale ebbe due figlie, nate nel 1850 e 1852.Nel 1838 il F. illustrò il Marco Visconti di T. Grossi in otto litografie, anch'esse pubblicate da Vassalli separatamente dal romanzo. Affiancò questa produzione di tavole, di formato medio e grande, destinate al collezionismo o all'arredo domestico, ad una intensa attività di illustratore; lavorò per prodotti editoriali molto diversi: dal romanzo storico con dignità letteraria, ai testi teatrali, alle novelle, sino alla letteratura di evasione di strenne e almanacchi (Baretta - Griffini, 1986).Oltre alla serie di immagini inserite nella citata edizione dei Promessi sposi, il F. illustrò molti altri libri pubblicati a Milano. Si ricordano: i venti disegni per il Marco Visconti di T. Grossi (Borroni e Scotti, 1840); i ventinove disegni, tradotti in incisione da G. Buccinelli, per La signora di Monza di G. Rosini (Manini, 1840); le diciotto immagini, incise da G. Bonatti, per Caterina Medici di Brono di A. Mauri (1841); le dodici litografie per Il marchese Annibale Porrone ... di I. Cantù (Borroni e Scotti, 1842); i ventidue disegni, incisi da G. Bonatti e G. Buccinelli, per Isnardo o sia Il milite romano di G. Colleoni (Borroni e Scotti, 1842); i 4 disegni per Corinna ossia L'Italia di G. de Staël (Borroni e Scotti, 1844); i nove disegni tradotti nelle xilografle delle Opere varie di A. Manzoni (Redaelli, 1845) e le più tarde sedici litografie che illustrano La giornata di Tagliacozzo di Cletto Arrighi (Sanvito, 1858), cui si aggiungono innumerevoli altre tavole.Il F. affrontò anche soggetti ispirati alla storia contemporanea: tra le stampe di maggior formato, le cinque Tavole storico-pittoresche dell'opera del barone Alessandro Zanoli sulla milizia cisalpino-italiana 1796-1814 (Milano, Borroni e Scotti, 1845) e L'incendio di Mosca, tradotto in incisione da G. Stuppi (1850), testimoniano il diffondersi di un'iconografia napoleonica che si ebbe nel Lombardo-Veneto negli anni Quaranta. Alle lotte risorgimentali sono invece riconducibili, tra l'altro, i figurini per la guardia nazionale adottati dal governo provvisorio di Milano del 1848 e le grandi scene tratte dalle battaglie del 1859 per l'indipendenza Nonostante la grande abilità manifestata nel riprodurre opere di altri artisti, come nel caso della litografia, tratta dai Vespri Siciliani di Hayez, esposta a Brera tra unanimi consensi nel 1834 (Glissons, n'appuyons pas, I [1834], pp. 2 s., ripr.), il F., per le sue spiccate doti di inventiva, fu essenzialmente un creatore di immagini. Le sue illustrazioni sono tuttora utilizzate per la loro qualità e per il valore di documento visivo dell'epoca: soprattutto i ritratti di personaggi illustri e tutto quanto testimonia la vita e gli avvenimenti storici e culturali fino all'Unità d'Italia. In particolare le sue litografie hanno un posto importante nell'iconografia manzoniana dei Promessi Sposi.Il F. morì a Milano il 3 sett. 1862.



venerdì 11 marzo 2016

Zucchi Carlo

Reggio Emilia, 1777 – ivi, 1863
Generale napoleonico, prese parte ai moti del 1831 nella Romagna alla testa di formazioni volontarie. Catturato in mare dagli austriaci dopo la caduta di Ancona, fu condannato a morte; la pena gli fu commutata in quella del carcere a vita. Liberato allo scoppio della rivoluzione del 1848, fu poco dopo chiamato da Pellegrino Rossi a far parte del governo romano, quale ministro della Guerra. Quando Pio IX abbandonò Roma, il generale Zucchi seguì il pontefice. La sua carriera fu, così, chiusa. Alla proclamazione del Regno d'Italia, fu nominato luogotenente generale a riposo.

giovedì 3 marzo 2016

Giuseppe Mazzoni (1808 – 1880)

Nacque a Prato da nobile famiglia e si laureò in giurisprudenza all'università di Pisa. Fu avvocato, uomo politico, filantropo e Gran Maestro della Massoneria italiana. Fino da giovane abbracciò gli ideali democratici e mazziniani. Chiamato a far parte nel 1835 della pratese Accademia degli Infecondi, assunse poi iniziative politiche sempre più importanti. Ispirato dagli ideali risorgimentali, si fece promotore con l'amico Pier Cironi della sezione pratese della Associazione Nazionale. Insieme ad Atto Vannucci, fondò il giornale L’Alba ed animò il “Circolo del popolo”, punto di raccolta di spiriti democratici. Eletto deputato al Consiglio Generale nel 1848, fu chiamato da Giuseppe Montanelli a ricoprire la carica di ministro di Grazia e Giustizia e degli Affari Ecclesiastici nel governo democratico costituito in ottobre. L'anno successivo, insieme a Montanelli e Guerrazzi, fu acclamato triumviro, per reggere le sorti della Toscana dopo la fuga del Granduca. Con la restaurazione granducale, fu costretto all'esilio, prima a Marsiglia, quindi a Parigi ed infine a Madrid. Nei dieci anni trascorsi all’estero si legò a personaggi della Massoneria e, al suo ritorno in patria, fondò la loggia pratese Intelligenza e lavoro, dopo essere stato cooptato Gran Maestro. Ebbe contatti col rivoluzionario anarchico russo Bakunin, cercando un'azione sociale comune tra il movimento anarchico e la massoneria. Eletto deputato nell'Assemblea Nazionale, assunse una linea politica antipiemontese, ispirata dalla delusione verso il moderatismo dello Stato unitario, cui contrapponeva una visione federalista. Fu il fondatore di un Movimento Federalista, ispirato all'omonimo gruppo creato anni prima in Lombardia da Carlo Cattaneo e Giuseppe Ferrari e di cui facevano parte studenti, artisti, garibaldini, ex-mazziniani. Vi aderì anche Alberto Mario, allievo di Cattaneo. Deluso dalla politica, dedicò gli ultimi anni della sua vita ai destini operai e agli ideali massonici. Per la coerenza e l'intransigenza delle sue posizioni fu soprannominato il “Catone toscano

martedì 23 febbraio 2016

L'Italia prima e dopo l'Unita'

La pace e i trattati di Vienna del 1814-15 obbedirono solo in parte, per quel che riguarda l'Italia, a un criterio di Restaurazione. Scomparvero infatti le due antiche Repubbliche di Genova (comprendente la Liguria) e di Venezia (comprendente il Veneto), inglobate rispettivamente nel Regno di Sardegna e nel Lombardo-Veneto austriaco; il Ducato di Parma, Piacenza e Guastalla fu assegnato in godimento personale a Maria Luisa d'Asburgo, moglie di Napoleone, e a lei rimase fino alla sua morte (1847), allorché passò a Carlo Ludovico di Borbone Parma, cui era stato provvisoriamente dato il Ducato di Lucca, a sua volta annesso nel 1847 al Granducato di Toscana.La geografia politica dell'Italia nel 1848 riproduce quella decisa nel Trattato di Vienna, salvo alcuni piccoli mutamenti dinastici riguardanti il Ducato di Parma, che cedette Guastalla al Ducato di Modena, e il Ducato di Massa e Carrara, che nel 1829 era passato sempre al Ducato di Modena.Il nucleo forte del processo di unificazione si compie nel biennio ‘59-'60 con una prima tappa che vede la cessione al Regno sardo della Lombardia austriaca, poi l'insurrezione e la conseguente annessione delle Legazioni Bologna e Emilia, del Granducato di Toscana, del Ducato di Modena, di Parma e Piacenza, e una seconda tappa che vede, prima, la conquista e l'annessione del Regno delle Due Sicilie grazie alla spedizione dei Mille e, in seguito, l'occupazione da parte dell'esercito sardo-piemontese delle Marche e dell'Umbria. Contemporaneamente, in adempimento degli accordi di Plombières, il Piemonte cedeva alla Francia Nizza e la Savoia.Nel 1866 si completò l'espulsione del dominio austriaco dalla penisola italiana in seguito alla terza guerra di indipendenza, che registrò le poco brillanti prestazioni dell'esercito italiano ma la decisiva vittoria dei prussiani suoi alleati che ottennero da Vienna il Veneto, poi ceduto all'Italia.Il 20 settembre 1870 ebbe termine il dominio temporale del papa, che da un decennio si era ormai ridotto solo al Lazio e a Roma, occupata in quella data dalle truppe italiane.

mercoledì 10 febbraio 2016

Risorgimento In Italia

Nel 1859, una guerra franco-piemontese contro l’Austria porta all’annessione della Lombardia al Piemonte e alla ripresa delle insurrezioni popolari negli altri Stati italiani.
Nel 1860, Giuseppe Garibaldi con un migliaio di volontari accende l’insurrezione popolare nel più vasto tra gli stati italiani, il Regno delle Due Sicilie. Prima l’isola e poi le regioni meridionali sono conquistate dalle truppe garibaldine e dagli insorti che sconfiggono l’esercito borbonico del re di Napoli.
Il 26 ottobre 1860 Garibaldi consegna l’Italia meridionale a Vittorio Emanuele II di Savoia, re di Piemonte, Liguria e Sardegna.
Il 17 marzo 1861 a seguito dell’annessione con voto plebiscitario delle regioni centrali viene proclamato il Regno d’Italia, con capitale Torino.
Nel 1866 il Regno d’Italia alleatosi alla Prussia conquista il Veneto a seguito di una guerra contro l’Austria.

giovedì 4 febbraio 2016

I processi milanesi del 1820-1823

Negli anni 1820-1823 due clamorosi processi furono intentati nel Lombardo-Veneto contro esponenti del movimento liberale patriottico, il cui gruppo dirigente ne risultò pesantemente indebolito.Il primo, prese le mosse nell'ottobre del 1820 dall'intercettazione per opera della polizia pontificia di una missiva che Pietro Maroncelli aveva scritto al fratello Francesco, residente a Bologna.Il contenuto della lettera, trasmessa alla polizia austriaca, determinò la scoperta dell'organizzazione carbonara in Lombardia e quindi l'arresto, tra gli altri, di Maroncelli stesso e di Silvio Pellico.Il processo si svolse quasi interamente a Venezia sotto la direzione del giudice Salvotti e si concluse nell'agosto del 1821 con la condanna a morte dei due principali imputati; Giandomenico Romagnosi, coinvolto nelle indagini e arrestato nel giugno del 1821, venne invece dichiarato innocente e scarcerato nel dicembre dello stesso anno.Nel febbraio del 1822 anche le condanne di Maroncelli e Pellico per decisione imperiale vennero commutate in lunghi anni di carcere duro (vent'anni al primo e quindici al secondo).Nel marzo del 1821 una delazione ad opera di Carlo Castillia aveva nel frattempo avviato un'indagine su alcune trame dei federati lombardi per l'intervento dei piemontesi in Lombardia e la formazione di un governo provvisorio liberale, e aperto la strada ad un nuovo procedimento giudiziariSolo nel dicembre 1821 si giunse però all'arresto di Gaetano Castillia, fratello del delatore, di Giorgio Pallavicino Trivulzio, che con lui era stato in Piemonte nel marzo, di Federico Confalonieri, capo dell'intera cospirazione, e di altri quarantadue indiziati.Questo secondo processo, istituito da una commissione speciale presieduta prima dal giudice Menghin poi ancora una volta da Salvotti, durò quasi due anni, e si concluse nel novembre 1823 con le condanne a morte dei tre principali imputatati.Ancora una volta una decisione imperiale, dovuta in parte alla coraggiosa azione svolta a Vienna dalla moglie di Confalonieri, Teresa Casati, commutò la pena di morte in lunghi anni di carcere duro (ergastolo a Confalonieri e vent'anni a Pallavicino e Castillia).Benché l'orrore destato dal racconto delle sofferenze che i patrioti patirono allo Spielberg, rivelato nel 1832 dalle Mie prigioni di Pellico, fosse per l'Austria un colpo durissimo, nessuno di loro una volta tornato in libertà, tra il 1830 e il 1836, assunse funzioni politiche di primo piano: così, pur conservandosi una rete settaria nel Lombardo-Veneto, per alcuni anni non furono organizzate in quella zona cospirazioni e congiure.

 

lunedì 1 febbraio 2016

Firenze e la libertà dei moderni


  • Il trasferimento della capitale a Firenze nel 1865 apre una discussione più ampia sul policentrismo italiano. Firenze sta di fronte alla futura e definitiva capitale dell'Italia unita come il modello di una storia nazionale alternativa, gravitante intorno al nucleo dell'esperienza comunale e signorile del Centro-Nord. In questa vera e propria costruzione culturale dello spazio italiano e dei suoi poli di attrazione molto contarono gli autori stranieri, che all'Italia e alla sua storia affidarono una più vasta funzione nel ripensare le basi della civiltà occidentale nel corso del secolo diciannovesimo. Due erano i modelli storici che si contendevano l'interpretazione di Firenze. Da un lato, quello di Sismondi e della celebrazione delle repubbliche italiane del Medioevo; dall'altro, William Roscoe con la sua biografia di Lorenzo de' Medici, in cui libertà politica e sviluppo artistico stavano ancora insieme seppure in un rapporto di forte tensione. Alla fine di questo percorso intellettuale c'è La civiltà del Rinascimento di Jacob Burckhardt, per il quale la libertà e la lotta politica, la vivace vita mercantile sono al servizio della prepotente affermazione dell'individuo moderno, sciolto dai vincoli della religione e delle comuni misure etiche.

lunedì 25 gennaio 2016

La nazione e la patria

La parola nazione (dal latino natio) non era certo nuova, ma fu soltanto al principio dell'Ottocento che si affermò nella cultura europea per definire una grande comunità omogenea che stava alla base della legittimità delle istituzioni; a cominciare naturalmente dallo Stato, che doveva comprendere tutti coloro che appartenevano ad una stessa comunità nazionale.Una tale comunità – si affermava – poteva essere definita come tale sulla base di elementi oggettivi (etnico-linguistici, culturali, storici) e soggettivi (la consapevolezza di un destino comune, la volontà di vivere assieme), diversamente miscelati nei diversi contesti storico-geografici. In ogni caso, per i movimenti che combattevano al fine di conquistare l'indipendenza della propria nazione, ma anche per gli esponenti politici liberali e democratici di Inghilterra o Francia, l'esistenza di un'Europa di liberi Stati nazionali corrispondeva a un ordine delle cose nello stesso tempo necessario e naturale. Scriveva ad esempio Cavour nel 1846 che «nessun popolo può raggiungere un alto livello di intelligenza e di moralità senza che sia fortemente sviluppato il sentimento della propria nazionalità».«Nazione» e «nazionalità» erano termini sostanzialmente equivalenti; come lo era, rispetto a «nazione», il termine «patria», caratterizzato però da una più marcata accentuazione affettiva: riferendosi alla propria nazione come «patria» si sottolineava il senso di attaccamento ad essa, la disponibilità – se necessario – a combattere fino al martirio per difenderla dai nemici o (nel caso di nazioni non indipendenti come l'Italia o la Polonia) per dare ad essa un'esistenza politica come Stato (nazionale).
Il risveglio dell'Italia,grazie all'affermarsi delle passioni nazionali, è l'intera politica europea che assumenel corso del XIX secolo un nuovo carattere: come scrisse lo storico Federico Chabod, «la politica, che nel Settecento era apparsa come un'arte, tutta calcolo, ponderazione, equilibrio, sapienza, tutta razionalità e niente passione, diviene con l'Ottocento assai più tumultuosa, torbida, passionale; acquista l'impeto, starei per dire il fuoco, delle grandi passioni; diviene passione trascinante e fanatizzante com'erano state, un tempo, le passioni religiose ».L'«amore sacro della patria» (come suona un verso della Marsigliese) dà una connotazione fortemente emotiva all'idea di nazione, fino al punto di fondare appunto una sorta di nuova religione, la religione della patria, che ha la sua fede, i suoi martiri, i suoi dogmi (in primo luogo l'assoluta necessità di ottenere o conservare l'indipendenza nazionale).In Italia – o meglio nell'ambito geografico comprendente la penisola, la Sicilia e la Sardegna – era diffusa da secoli la consapevolezza di far parte di una comunità definita da tratti letterari, storici e linguistici comuni. Negli anni della Restaurazione, la consapevolezza d'essere parte di una medesima nazione si affermò con forza presso i ceti colti dei vari Stati italiani, spinti a questo da una serie di opere diverse – tragedie, romanzi, poesie, drammi storici, melodrammi, dipinti –, che tutte però si riferivano a un insieme di valori, simboli, eventi storici (più o meno mitizzati), attinenti la nazione.Si pensi alle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo e dunque alla «nostalgica rivisitazione» dei grandi poeti della tradizione letteraria italiana compiuta dal protagonista «nel suo ultimo viaggio per l'Italia, da Petrarca a Parini e fino alle tombe di Santa Croce» in Firenze (G. Nicoletti). O, ancora, alla riscoperta/invenzione del passato nazionale realizzata attraverso opere come L'assedio di Firenze di Francesco Domenico Guerrazzi o Ettore Fieramosca di Massimo d'Azeglio.La presenza della censura aveva impedito che nei vari Stati italiani si potesse affrontare liberamente il tema della nazione e della sua indipendenza; ma proprio questo «ebbe l'effetto imprevisto di rendere più sofisticato il discorso nazionale, e di spostarne l'ambito di elaborazione verso generi di più ampio consumo e diffusione» (A. M. Banti).Il discorso nazional-patriottico che si diffuse nei primi decenni dell'Ottocento non si limitava a rappresentare la nazione, ad accreditarne l'esistenza come un soggetto storico necessario e ineliminabile, secondo quel che era un indirizzo della cultura del tempo e in particolare della cultura di matrice romantica, così sensibile al tema delle radici e delle specificità nazionali. Quel discorso, rappresentando la nazione italiana come asservita a dinastie straniere, incitava a lottare per dare all'Italia, alla propria patria, libertà e indipendenza.Mazzini fu tra i primi a definire la nazione italiana richiamando, accanto agli elementi linguistici e culturali, l'elemento, attivo e soggettivo, della volontà di chi vi apparteneva. Fin dalle origini della Giovine Italia affermò infatti che, a costituire una nazione, non sono principalmente né la lingua, né il territorio, né il passato condiviso, né la comune appartenenza etnica – tutti questi soltanto indizi della sua esistenza – bensì la coscienza e la volontà comune degli appartenenti.La nazione – affermava – non esisteva nel passato ma «spetta[va] al futuro», era cioè il prodotto dell'azione rivoluzionaria. Questa concezione della nazione doveva avere un impatto rilevantissimo in una situazione come quella italiana, in cui il sentimento di appartenenza nazionale era affidato prevalentemente alla tradizione storico-letteraria: alimentò infatti l'idea che la nazione, più che in un corpus di elementi passivamente ricevuti (come la lingua, la tradizione comune ecc.), consistesse nell'intenzione di farne parte, ciò che anzitutto implicava la disponibilità a combattere per darle esistenza effettiva.