/**/ Associazione Culturale e Sportiva "Giuseppe Garibaldi"

Visualizzazioni totali

mercoledì 9 agosto 2017

La rivoluzione del 1820-1821 a Napoli e in Sicilia


  1. Il successo della rivoluzione in Spagna, dove il 7 marzo 1820 fu reintrodotta la Costituzione di Cadice del 1812, si riverberò con particolare evidenza nel Regno delle due Sicilie, determinando un intenso lavorio tra i carbonari e i militari favorevoli alla Costituzione. Dopo una serie di tentativi falliti sul nascere, nella notte tra il 1° e il 2 luglio 1820, una trentina di carbonari della vendita di Nola, guidati dal prete Luigi Minichini, e 127 sottufficiali e soldati del reggimento di cavalleria Borbone, comandati dal tenente Michele Morelli e dal sottotenente Giuseppe Silvati, diedero inizio ad un moto insurrezionale, dirigendosi verso Avellino.La mattina del 3 luglio Morelli entrò in città e cedette pubblicamente il comando delle forze ribelli al tenente colonnello De Concilj, capo delle truppe locali. Contemporaneamente, le vendite del foggiano, della Calabria, della Basilicata, insieme alle milizie provinciali e alle truppe di linea, insorsero col favore delle popolazioni, rendendo difficoltose le comunicazioni tra Napoli, la Puglia e la Calabria, e condannando così al fallimento l'iniziale tentativo di repressione affidato al generale Carascosa.Nella notte tra il 5 e il 6 luglio, poi, il generale Guglielmo Pepe fece insorgere due reggimenti di cavalleria e uno di fanteria in stanza a Napoli e si diresse verso Avellino, dove la sera del 6 assunse il comando di tutte le forze ribelli.Lo stesso 6 luglio il re Ferdinando I acconsentì alla formazione di un governo costituzionale e nominò il principe ereditario Francesco, duca di Calabria, vicario del Regno.Il 7 luglio, Francesco fu quindi costretto a pubblicare un decreto con cui si adottava nel Regno delle due Sicilie la Costituzione spagnola del 1812, salvo modificazioni eventualmente proposte dalla rappresentanza nazionale. Due giorni dopo, il 9 luglio, le truppe costituzionali fecero quindi il loro trionfale ingresso a Napoli, mentre il 13 Ferdinando I giurò solennemente sulla Costituzione.La rapidità della rivoluzione e il suo facile successo erano certo il segno della fragilità del regime assolutista borbonico, ma celavano anche importanti contraddizioni: da un lato l'assoluta insincerità di Ferdinando I, contrario nel suo intimo ad ogni concessione costituzionale; dall'altro il contrasto tra la carboneria, che aveva dato alla rivoluzione la spinta decisiva, e il gruppo di non più giovani funzionari e ufficiali di orientamento tendenzialmente moderato – che in passato avevano simpatizzato con le idee rivoluzionarie francesi e avevano poi preso parte all'esperienza del Regno di Gioacchino Murat nel Mezzogiorno – che assunse, fin dai primi giorni di luglio, la direzione del nuovo governo.La complessa situazione napoletana fu inoltre aggravata dall'insurrezione di Palermo, scoppiata il 15 e 16 luglio quando in città giunsero le prime notizie della rivoluzione di Napoli. Benché l'ostilità contro il centralismo borbonico accomunasse tutte le classi della popolazione locale, la rivolta fu egemonizzata in un primo momento dalle masse popolari che, protagoniste di episodi di estrema violenza (distruzione degli uffici del bollo e del registro, abbattimento degli stemmi borbonici, liberazione indiscriminata dei detenuti dalle carceri, stragi e saccheggi), si impadronirono della città il 17 luglio, costringendo il generale Naselli, luogotenente del re, ad imbarcarsi per Napoli.Il 18 luglio gli insorti costituirono quindi una Giunta di governo, presieduta dal cardinale Gravina, poi sostituito alcuni giorni dopo dal principe di Villafranca, che inviò a Napoli una missione per chiedere che la Sicilia fosse costituita in un ragno separato.Favorevoli all'indipendenza si dimostrarono però solo le provincie di Palermo e di Girgenti, mentre molte città dell'isola, e in prima linea Catania e Messina, si dichiararono contrarie all'egemonia palermitana e favorevoli, al contrario, al mantenimento del legame con Napoli. Spedizioni di palermitani si diressero quindi contro gli abitanti di Caltanissetta, di Trapani e di Siracusa, ma solo la prima fu coronata dal successo.A questo punto il governo napoletano decise di intervenire, nominando luogotenente del re in Sicilia Antonio Ruffo, principe della Scaletta, ed inviando nell'isola il principe Florestano Pepe, fratello di Guglielmo, alla guida di circa quattromila uomini.Diretto verso Palermo, il 22 settembre Florestano Pepe poté concludere un accordo a Termini Imerese con il principe di Villafranca, accordo che, non accettato dalla  popolazione palermitana, scatenò violenti scontri in città tra rappresentanti delle maestranze, nobiltà e borghesia.Giunto a Palermo il 26 settembre, ma ostacolato dall'aspra resistenza dei ribelli, Pepe si decise a cercare un nuovo accordo, poi firmato il 5 ottobre con il principe di Paternò, nuovo presidente della Giunta municipale: tale accordo venne però annullato dal Parlamento napoletano che, richiamato Pepe a Napoli, inviò nell'isola il generale Pietro Colletta, artefice di lì in avanti di una politica essenzialmente repressiva.Frattanto il 23 ottobre 1820, a Troppau, un congresso delle maggiori potenze sancì, contro il parere di Inghilterra e Francia, il “principio dell'intervento”, che avrebbe permesso all'Austria di agire a Napoli in nome della Santa alleanza; Austria, Russia e Prussia scelsero in ogni caso di invitare Ferdinando I a Lubiana, al congresso che si sarebbe svolto nel gennaio 1821, per tentare di risolvere collegialmente la questione napoletana.Ricevuta nel dicembre l'autorizzazione del Parlamento a lasciare Napoli, a condizione di sostenere la Costituzione di Spagna, Ferdinando I operò un immediato voltafaccia e invocò l'aiuto austriaco, dichiarando di essere stato costretto a concedere la Costituzione con la forza. Gli austriaci furono così liberi di marciare su Napoli.All'avvicinarsi del nemico l'esercito napoletano fu diviso in due parti: l'una avrebbe dovuto difendere la linea del Garigliano e poi quella del Volturno, sotto il comando di Carascosa; l'altra, guidata da Guglielmo Pepe, avrebbe invece dovuto agire al confine tra l'Umbria e l'Abruzzo.Dopo aver fallito un attacco di sorpresa contro gli austriaci a Rieti il 7 marzo, Pepe tentò di resistere nelle gole di Antrodoco, ma, sconfitto nuovamente, dovette abbandonare l'Aquila e ritirarsi verso sud.La marcia delle truppe austriache fu a questo punto relativamente facile: cessata ogni resistenza napoletana, il 20 marzo 1821 gli austriaci poterono entrate a Capua e il 24 a Napoli.

mercoledì 5 luglio 2017

Zanardelli Giuseppe

Brescia, 1826 – Maderno, 1903
 

Giurista e uomo politico. Partecipò ai moti del 1848 e alle Dieci giornate di Brescia (1849). Costretto a fuggire, tornò a Brescia nel 1859 per preparare su incarico di Garibaldi l'insurrezione di giugno. Deputato della Sinistra dal 1860, ministro dei Lavori pubblici (1876-77) e degli Interni (1878), fu relatore (1880) della proposta di legge sulla riforma elettorale e ministro della Giustizia (1881-83). Nuovamente ministro della Giustizia (1887-91), preparò il codice penale che prese il suo nome e che rimase in vigore fino alla promulgazione del codice Rocco (1930).

mercoledì 14 giugno 2017

Palazzo Gaddi


Il Museo è ospitato nel settecentesco Palazzo Gaddi, caratterizzato da grandiose forme barocche, con significativi innesti, soprattutto pittorico-decorativi, neoclassici.Conserva materiali che vanno dal periodo napoleonico (1796) sino alla II Guerra Mondiale, al momento parzialmente esposti a seguito dei lavori di restauro dell'edificio. All'interno del percorso museale è privilegiata la parte risorgimentale, con cimeli di Piero Maroncelli, Achille Cantoni, Aurelio Saffi.


Da segnalare un ricco repertorio di testimonianze sulla "vocazione" volontaria e garibaldina dei forlivesi.

venerdì 2 giugno 2017

Il Risorgimento

L'occupazione dei principati danubiani di Moldavia e Valacchia da parte della Russia provocò la reazione di Francia e Inghilterra che dichiararono guerra allo zar Nicola I il 27 marzo 1854.Già il 10 aprile conclusero un trattato di alleanza, in cui affermarono di voler tutelare l'integrità dell'Impero ottomano e ristabilire così l'equilibrio in Europa.Grazie all'abilità di Cavour – che riuscì tra l'altro a sventare una manovra tendente a legare la partecipazione al conflitto all'affossamento del disegno di legge sulla soppressione dei conventi e alla nascita di un ministero Revel – nel gennaio 1855 il Piemonte firmò un trattato di alleanza con Francia e Inghilterra, poi approvato dal Parlamento tra febbraio e marzo.Conseguenza immediata del trattato fu la dichiarazione di guerra alla Russia, il 4 marzo 1855, e la spedizione in Crimea di quindicimila uomini; il corpo armato, guidato da Alfonso La Marmora, diede poi buona prova di sé il 16 agosto 1855 nella battaglia difensiva sul fiume Cernaia. Questa stessa battaglia fece fallire l'ultimo tentativo russo di rompere l'assedio di Sebastopoli.Cavour poté quindi partecipare come plenipotenziario di uno Stato vincitore al Congresso che si aprì a Parigi il 25 febbraio 1856. L'attività del primo ministro sardo fu particolarmente intensa al di fuori delle sedute congressuali e mirò sostanzialmente ad ottenere che qualche mutamento della situazione italiana potesse attuarsi con l'appoggio francese e inglese. Come è noto, però, l'unico risultato concreto ottenuto dallo statista piemontese fu la discussione sull'Italia, che si tenne nella capitale francese l'8 aprile 1856In quell'occasione Cavour protestò contro l'occupazione dello Stato pontificio e sottolineò come la situazione interna delle Legazioni fosse peggiorata dopo il 1849.Condannando poi la condotta seguita da Ferdinando II (come era stato già fatto, del resto, dai rappresentanti di Francia e Inghilterra) sostenne che proprio quel comportamento accresceva le forze del partito rivoluzionario e costituiva, quindi, un pericolo per il Piemonte e per l'Italia.Proponendosi in ambito internazionale come portavoce di istanze di rinnovamento e come tutore di uno sbocco non rivoluzionario nella penisola, Cavour ottenne così con il Congresso di Parigi un ampio successo morale: il suo operato, infatti, approvato dal Parlamento subalpino nel maggio 1856, contribuì a rafforzare il ruolo-guida del Regno di Sardegna nel movimento nazionale.