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giovedì 1 febbraio 2018

Il Risorgimento in Sicilia

Il periodo precedente l’unità italiana viene spesso indicato come “Risorgimento in Sicilia”, ed è ritenuto un periodo di transizione e preparatorio che portò all’annessione del 1860. Ma in realtà, se vogliamo fare una corretta, ma pur sempre soggettiva, revisione della storia si può arrivare a sostenere che per la Sicilia l’unità italiana ebbe come risultato la disgregazione di un processo di sviluppo economico e sociale, già pervenuto a buoni risultati. Quella della Sicilia preunitaria non è soltanto la storia di una dinastia ma è soprattutto la storia di una società, una società non inerte, statica come ci è stata rappresentata, anche da illustri scrittori come Tomasi di Lampedusa o Leonardo Sciascia, ma di una società in movimento, partecipe né più e né meno come le altre regioni d’Italia e d’Europa delle trasformazioni avvenute nel corso del XVIII e XIX secolo, che portarono alla transizione dalla feudalità al mondo borghese. Per semplicità stabiliamo due date tra le quali questo processo può essere analizzato: il trattato di Utrecht del 1713 e lo sbarco di Garibaldi a Marsala nel 1860.Un ruolo importante in questo periodo lo ha svolto la dinastia borbonica di ramo napoletano ed il regime da essa instaurato, che abbraccia ben 125 anni, e la coincidenza del regno meridionale borbonico con l’età delle rivoluzioni borghesi in Occidente.La monarchia meridionale di Carlo Borbone sorse nel 1734 quando in seguito ad una guerra il Napoletano e la Sicilia furono strappati all’Austria. Questo fu sicuramente un fatto positivo e forse il più importante di tutto il settecento in quanto dava al Mezzogiorno della penisola italiana ed alla Sicilia lo “status” di paese indipendente.I Borbone di Napoli erano principi italiani, eccezion fatta per Carlo italiano solo per metà.Il loro governo fu per lungo tempo inspirato al principio della nazionalità italiana e impegnato a darsi una struttura giuridica e statuale moderna in grado di affrontare e gestire i cambiamenti sociali dell’epoca. I Borbone determinarono l’abbattimento del feudalesimo, grazie al loro assolutismo; introdussero un sistema d’amministrazione civile e giudiziario moderno; avviarono uno sviluppo industriale notevole, in relazione ai tempi. Fu grazie alla politica borbonica che Napoli divenne una capitale di prestigio a livello europeo. Personaggi come Gaetano Filangieri, Bernardo Tanucci, Antonio Genovesi, Domenico Caracciolo a Napoli o come Agostino De Cosmi, Tommaso Natale, Paolo Balsamo, Rosario Gregorio in Sicilia possono far emergere il loro talento e svolgere la loro opera sia culturale che politica. Dopo la rivoluzione francese, purtroppo, il sistema borbonico dimostrò la sua incapacità di accogliere le nuove istanze costituzionali e borghesi e soprattutto, e questo fu un grande errore, non fu capace di accogliere le istanze di autonomia della Sicilia che da regno indipendente si trovò, di colpo, regno gregario di Napoli. Ripetutamente concessero e ritirarono la costituzione e ciò non li rese simpatici ai siciliani.A questo punto per capire come si è verificata la dissoluzione dello stato borbonico e l’affermazione dello stato sabaudo dovremmo fare, brevemente, qualche considerazione. I due stati erano contemporanei ed anche territorialmente erano simili avendo entrambi domini in terra ferma e domini insulari. Le differenze tra i due stati non sono tanto da ricercare nell’economia, nella politica o nella cultura, ché lo stato meridionale non era certo da meno, anzi! Ma nella capacità che il regno settentrionale ebbe nell’affermare l’egemonia peninsulare sulla Sardegna e nella lacerazione interna tra Napoli e Sicilia: la società sarda accettava supinamente la supremazia piemontese, la Sicilia no, a torto o a ragione rifiutava l’egemonia partenopea. Se appena ci pensiamo, questo diverso atteggiamento se non giustificabile è comprensibile. La Sardegna non aveva alle spalle una storia ed un regno importanti, non poteva rivendicare né un Ruggero né un Federico, la Sicilia sì. La Sicilia aveva avuto o creduto di avere un ruolo storico e politico influente, nel bene o nel male, in tutta Europa, la Sardegna no.Il risultato di tale situazione è che l’atteggiamento del “baronaggio” siciliano è uno se non il principale artefice della dissoluzione della monarchia borbonica. La Sicilia non si identifica nei Borbone e nel processo di consolidamento e sviluppo da essi avviato ed è sempre protagonista di tutte le rotture rivoluzionarie a partire da quella del 1812, a quella del 1820, del 1837, del 1848 ed infine del 1860.Proprio per l’importanza geopolitica dell’Isola la questione siciliana non è purtroppo solo un problema interno ma assume caratteristiche internazionali. Lord Bentinck, fu inviato in Sicilia non per sostenere il re ma i suoi oppositori e la Sicilia era ben cosciente di essere una pedina importante della politica internazionale; ha cercato di usare a proprio vantaggio questo stato di cose ma i Borbone di Napoli, nell’ultimo periodo del loro regno, non l’hanno capito. Diversamente da quanto succedeva ai tempi di Carlo III e della reggenza dell’illuminato Tanucci, dopo l’accorpamento nel regno Due Sicilie nessuno è stato capace di sanare i dissidi interni.Sul piano diplomatico internazionale erano state proposte diverse soluzioni per la “questione italiana” le più importanti delle quali prevedevano una federazione con a capo il Papa o la formazione di due Stati italiani (settentrionale e meridionale) distinti ma in collaborazione fra loro. Quest’ultima ipotesi rimase in piedi fino alla vigilia dello sbarco a Marsala, quando la Sicilia, spiazzando tutti sposò, pentendosene poi amaramente, la causa sabauda.A questo periodo che all’inizio abbiamo chiamato “Risorgimento siciliano” va fatta risalire la nascita del separatismo e dell’indipendentismo sfociato poi nell’autonomia.

mercoledì 3 gennaio 2018

Il potere temporale » Lo Stato della Chiesa

 
1l 24 maggio 1814 Pio VII faceva trionfalmente ritorno a Roma insediandosi nuovamente al Quirinale alla testa dell'antico Stato della Chiesa. Si chiudeva così la lunga parentesi iniziatasi circa 15 anni prima con l'arrivo degli eserciti napoleonici nella Penisola che aveva portato prima al distacco dallo Stato delle sue provincie settentrionali e adriatiche inglobate nella Repubblica cispadana e successivamente nel Regno d'Italia, e poi alla sua dissoluzione con l'annessione all'Impero francese (17 maggio 1809).Al Congresso di Vienna la restaurazione dello Stato pontificio avvenne sostanzialmente senza discussione, benché fosse chiaro a molti il suo carattere ormai arcaico e l'intrinseca debolezza di quell'antica teocrazia. Infatti, per i sovrani cristiani, impegnati ad affermare il principio di legittimità, era difficile, oltretutto nel nuovo clima culturale romantico segnato da un grande revival religioso, pensare di sopprimere l'antico dominio del papa.Vero protagonista della lotta contro Napoleone e dell'operazione restauratrice dello Stato fu l'abile cardinale Consalvi negoziatore a Vienna, tornato nuovamente ad essere segretario di Stato. Consalvi, pur con l'ostilità della Curia saldamente in mano agli esponenti più retrivi, cercò almeno in certa misura di ammodernare le strutture amministrative e giuridiche dello Stato accentrando il ruolo del governo centrale. Rafforzò dunque il potere dei delegati pontifici nei distretti provinciali, abolì gli statuti delle città-stato patrizie, cancellò definitivamente il feudalesimo, cercò di introdurre un codice civile e di commercio che però andò incontro alla bocciatura della Congregazione cardinalizia, riorganizzò l'amministrazione della giustizia, tra l'altro rendendo obbligatoria in tutte le sentenze la motivazione e disponendo l'uso generalizzato della lingua italiana negli atti giudiziari (disposizione peraltro cancellata dal successore di Pio VII)Ma nulla poté il Consalvi contro quello che era un carattere consustanziale dello Stato della Chiesa, che ne rappresentava il dato più anomalo, e che si rivelò alla fine la sua condanna.Il fatto cioè che in esso tutti o quasi i gradi più alti delle carriere politico-amministrative erano riservate agli ecclesiastici, perlopiù quelli formatesi nei grandi collegi della capitale.L'aristocrazia era difatti virtualmente esclusa dal governo dello Stato (le era riservato quello dei comuni con la carica di “gonfaloniere”, cioè sindaco), potendovi accedere solo se in abito talare. L'effetto di tale pratica era l'affollarsi di nobili negli alti ranghi della prelatura. Ancora nel 1860 la percentuale dei nati non nobili tra i cardinali era appena del 15 per cento.Al contempo, tuttavia, dopo la Restaurazione la carriera ecclesiastica si era andata burocratizzando, divenendo appunto una carriera, e dunque vedendo assegnare all'età una funzione decisiva ai fini dell'avanzamento. Ormai non si diventava più cardinali tra i 20 e i 30 anni, come avveniva nel Settecento, specie fra i figli dell'aristocrazia romana, ma intorno ai 55 anni.Al di là comunque di tutti i tentativi di riorganizzazione interna restava la fragilità della compagine statale, che aveva la sua dimostrazione più evidente nella sostanziale dipendenza dello Stato stesso dalle diplomazie e dalle armi straniere. Ormai una guarnigione austriaca era di stanza praticamente in permanenza nelle Legazioni, in qualche modo protagoniste di un processo di larvata autonomizzazione rispetto al centro romano, e/o ad Ancona, mentre dopo il '48 la garanzia anche militare francese diventerà essenziale per la sopravvivenza dello Stato.L'esistenza del sovrano pontefice e del suo dominio temporale, insomma, era ormai una faccenda sempre più decisa interamente e solamente dagli equilibri politici internazionali. Ciò cominciò ad essere chiarissimo per l'appunto nella grave crisi del 1831, allorché una rivolta scoppiata in tutte le Legazioni e ad Ancona, in concomitanza con il moto di Modena, non solo portò al massiccio intervento militare austriaco (e in piccola parte anche francese), protrattosi poi fino al 1838, ma ad un Memorandum stilato da una conferenza di ambasciatori delle principali potenze europee, riunitasi appositamente a Roma, con cui si chiedeva al governo pontificio di varare al più presto un programma di riforme. Il Memorandum rappresentava di fatto l'affermazione di una sorta di protettorato internazionale sui domini papali.Una svolta significativa nella vita dello Stato avrebbe potuto essere l'elezione nel giugno 1846, dopo il lungo pontificato del reazionario Gregorio XVI (1831-1846), del cardinale Giovanni Mastai Ferretti col nome di Pio IX.Almeno inizialmente Pio IX non deluse le attese con cui la sua designazione era stata salutata negli ambienti del liberalismo moderato verso cui inclinava una parte considerevole dei ceti borghesi e proprietari, specie nel Nord dello Stato.Un certo allentamento della censura, amnistia per i reati politici, istituzione della Guardia civica, anche se per il momento solo a Roma, progetti per la costruzione di ben 5 linee ferroviarie e per una lega doganale con altri Stati italiani, il tutto culminato nella famosa esclamazione «Gran Dio benedici l'Italia» in un proclama del febbraio 1848, valsero a creare intorno al papa un'atmosfera di forte simpatia non solo nel suo Stato ma presso tutto l'ormai consistente “partito patriottico” formatosi nella Penisola.A conferma del quale venne la concessione nel marzo 1848 di una Carta costituzionale la quale, benché di contenuto ancora fortemente elitario (ogni legge approvata dalla Camera bassa, per esempio, doveva essere ratificata dal Concistoro e approvata dal papa) rappresentava tuttavia, se non altro a motivo dell'istituzione di un governo formato da laici, una rottura con il regime assolutistico clericale.L'esperimento costituzionale schierò lo Stato della Chiesa accanto a tutti gli altri Stati italiani – dal Piemonte al Regno di Napoli – che in quella primavera del '48 avevano imboccato la medesima strada riformatrice e, per quasi logica conseguenza, quella della guerra all'Austria. Anche Pio IX mandò un contingente militare verso i campi di battaglia del Lombardo-Veneto. Si vide tuttavia costretto a ritirarli ben presto (29 aprile), allorché si rese conto della insostenibile difficoltà in cui lo metteva – lui capo della Chiesa universale – la partecipazione ad una guerra “italiana” contro la più importante potenza cattolica d'Europa.La decisione del papa, e dunque il fallimento di tutti i progetti coltivati dal neoguelfismo, produssero, all'interno dello Stato, specie nella sua parte settentrionale, una forte radicalizzazione politica in senso democratico – cui non erano estranei motivi di difficoltà economica negli strati più poveri della popolazione –, in seguito alla quale sorse una vasta rete di club sul modello francese. Fu in questo clima che maturò l'assassinio di Pellegrino Rossi, la fuga di Pio IX da Roma e la proclamazione della Repubblica romana.Caduta la Repubblica, la restaurazione del potere pontificio sotto la dura guida del cardinale Antonelli ebbe una forte impronta reazionaria caratterizzata da persecuzioni e dalla totale cancellazione di quanto di costituzionale e di moderno era stato messo in opera solo pochissimo tempo prima. Il distacco del potere dai gruppi moderati e ispirati a qualche desiderio di progresso divenne in tal modo incolmabile, mentre ormai lo Stato era presidiato stabilmente da truppe austriache e francesi e i tre quarti del suo debito pubblico era in mani straniere. Il risultato fu un immobilismo privo di vita cui non riuscivano certo a fare da contrappeso sporadiche iniziative nel campo delle comunicazioni (costruzioni ferroviarie e telegrafo) o dei servizi urbani.La crisi del 1859-60 vide il più completo isolamento della Santa Sede di fronte all'iniziativa franco-piemontese. Questa portò dapprima al distacco/annessione al Piemonte delle Legazioni e poi, con l'invasione sarda dell'estate del 1860, al distacco anche delle Marche e dell'Umbria dal corpo dello Stato, che ormai si ridusse a Roma e al Lazio, presidiati da una guarnigione francese.Quelli dal 1860 al '70 furono, per lo Stato della Chiesa, gli anni di una lenta agonia. Roma divenne un luogo di raduno per tutti gli esuli della Penisola che non accettavano il nuovo regime sabaudo, a cominciare da Francesco II delle Due Sicilie, in segreto collegamento con i movimenti insurrezionali nel frattempo scoppiati nel Mezzogiorno. Accorsero anche nella città dai paesi cattolici d'Europa molti ardenti giovani, spesso aristocratici, imbevuti di fede religiosa fino al misticismo, impazienti di mettere il loro braccio al servizio del cattolicesimo e del Romano Pontefice.Ma ormai era solo questione di tempo. Falliti tutti i tentativi del governo italiano di far scoppiare un'insurrezione all'interno dell'Urbe e fallito a Mentana nel 1867 il tentativo d'invasione garibaldino per la resistenza delle truppe francesi.Solo quando Parigi, in seguito alla guerra con la Prussia, nel 1870 decise di rinunciare a continuare a difendere il dominio papale, il governo italiano poté finalmente ordinare al generale Cadorna di conquistare militarmente la città. Ciò che avvenne il 20 settembre 1870 dopo che Pio IX aveva ordinato di opporre una resistenza

giovedì 14 dicembre 2017

“Il conciliatore”

Nasce a Milano “Il conciliatore”
Il programma del “Conciliatore”, la prima rivista italiana di ispirazione patriottica e liberale, viene redatto da Silvio Pellico, Luigi Porro Lambertenghi, Federico Confalonieri, Giovani Berchet, Giandomenico Romagnosi. Il primo numero apparirà il 3 settembre. In ottobre vengono condannati a morte a Roma cinque cospiratori marchigiani. Nasce in dicembre ad Alessandria la Società dei sublimi maestri perfetti, ispirata alle idee comunistiche di Filippo Buonarroti.

domenica 12 novembre 2017

Le figure dei Fratelli Plutino, di Agostino ma soprattutto di Antonino, sono fondamentali per meglio comprendere le modalità con le quali la città di Reggio Calabria ha affrontato il Risorgimento e più tardi l’Unità d’Italia. Non a caso essi sono al centro, in questo 2011, della riflessione e delle ricerche di storici e studiosi del Risorgimento reggino che si orientano soprattutto verso l’opera di Antonino al quale l’Associazione Culturale Anassilaos, nel secondo centenario della nascita (10 dicembre 1811) che si è tenuta presso la Sala di San Giorgio al Corso con la partecipazione del Prof. Franco Arillotta, storico e componente della Deputazione di Storia Patria per la Calabria. Oppositore fin dalla prima ora del regime borbonico fu carbonaro e partecipe e organizzatore dei moti liberali che interessarono la Calabria. Partecipò al moto di Cosenza (1844) in concomitanza dello sbarco dei Fratelli Bandiera; in carcere fino al 1846 fu tra i promotori alla Rivolta di Reggio del 2 settembre 1847. Tornato in patria (1848), fu eletto deputato al parlamento napoletano, e prese parte alla giornata del 15 maggio e all’insurrezione calabrese del giugno. Tale generosa partecipazione al movimento risorgimentale fu dal Plutino scontata con la prigione, la confisca dei beni e, infine, con l’esilio prima a Marsiglia e poi in Piemonte. Da Genova, nel 1860, si unì alla Spedizione dei Mille, segnalandosi a Calatafimi e Milazzo e partecipando alla Battaglia di Piazza Duomo che consegnò Reggio Calabria a Garibaldi da cui fu nominato presidente del Consiglio di guerra e governatore della Provincia. Comincia così uno dei periodi più discussi dell’attività del Plutino che gli provocò non poche rimostranze. Egli infatti epurò l’apparato amministrativo e giudiziario con l’esilio di numerosi reggini tra i quali lo stesso Arcivescovo della Città, Mariano Ricciardi,considerato vicino al regime borbonico. Da prefetto di Catanzaro diede le dimissioni perché costretto a prendere le armi contro il suo amato generale Garibaldi che tentava, ancora una volta dalla Sicilia e dalla Calabria di marciare verso Roma (1862) e venne poco dopo eletto deputato. Morì a Roma il 25 aprile 1872.