/**/ Associazione Culturale e Sportiva "Giuseppe Garibaldi": dicembre 2009

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mercoledì 30 dicembre 2009

Giuseppe Garibaldi


Giuseppe Garibaldi nasce a Nizza il 4 luglio 1807. Carattere irrequieto e desideroso di avventura, già da giovanissimo si imbarca come marinaio per intraprendere la vita sul mare. Nel 1832, appena venticinquenne è capitano di un mercantile e nello stesso periodo inizia ad avvicinarsi ai movimenti patriottici europei ed italiani (come, ad esempio quello mazziniano della "Giovine Italia"), e ad abbracciarne gli ideali di libertà ed indipendenza. Nel 1836 sbarca a Rio de Janeiro e da qui inizia il periodo, che durerà fino al 1848, in cui si impegnerà in varie imprese di guerra in America Latina. Combatte in Brasile e in Uruguay ed accumula una grande esperienza nelle tattiche della guerriglia basate sul movimento e sulle azioni a sorpresa. Questa esperienza avrà un grande valore per la formazione di Giuseppe Garibaldi sia come condottiero di uomini sia come tattico imprevedibile. Nel 1848 torna in Italia dove sono scoppiati i moti di indipendenza, che vedranno le celebri Cinque Giornate di Milano. Nel 1849 partecipa alla difesa della Repubblica Romana insieme a Mazzini, Pisacane, Mameli e Manara, ed è l'anima delle forze repubblicane durante i combattimenti contro i francesi alleati di Papa Pio IX. Purtroppo i repubblicani devono cedere alla preponderanza delle forze nemiche e Garibaldi il 2 Luglio 1849 deve abbandonare Roma. Di qui, passando per vie pericolosissime lungo le quali perde molti compagni fedeli, tra i quali l'adorata moglie Anita, riesce a raggiungere il territorio del Regno di Sardegna. Inizia quindi un periodo di vagabondaggio per il mondo, per lo più via mare, che lo porta infine nel 1857 a Caprera.
Garibaldi tuttavia non abbandona gli ideali unitari e nel 1858-1859 si incontra con Cavour e Vittorio Emanuele, che lo autorizzano a costituire un corpo di volontari, corpo che fu denominato "Cacciatori delle Alpi" e al cui comando fu posto lo stesso Garibaldi. Partecipa alla Seconda Guerra di Indipendenza cogliendo vari successi ma l'armistizio di Villafranca interrompe le sue operazioni e dei suoi Cacciatori. Nel 1860 Giuseppe Garibaldi è promotore e capo della spedizione dei Mille; salpa da Quarto(GE) il 6 maggio 1860 e sbarca a Marsala cinque giorni dopo. Da Marsala inizia la sua marcia trionfale; batte i Borboni a Calatafimi, giunge a Milazzo, prende Palermo, Messina, Siracusa e libera completamente la Sicilia. I1 19 agosto sbarca in Calabria e, muovendosi molto rapidamente, getta lo scompiglio nelle file borboniche, conquista Reggio, Cosenza, Salerno; il 7 settembre entra a Napoli, abbandonata dal re Francesco I ed infine sconfigge definitivamente i borbonici sul Volturno. I1 26 ottobre Garibaldi si incontra a Vairano con Vittorio Emanuele e depone nelle sue mani i territori conquistati: si ritira quindi nuovamente a Caprera, sempre pronto per combattere per gli ideali nazionali. Nel 1862 si mette alla testa di una spedizione di volontari al fine di liberare Roma dal governo papalino, ma l'impresa è osteggiata dai Piemontesi dai quali viene fermato il 29 agosto 1862 ad Aspromonte.
Imprigionato e poi liberato ripara nuovamente su Caprera, pur rimanendo in contatto con i movimenti patriottici che agiscono in Europa. Nel 1866 partecipa alla Terza Guerra di Indipendenza al comando di Reparti Volontari. Opera nel Trentino e qui coglie la vittoria di Bezzecca (21 luglio 1866) ma, nonostante la situazione favorevole in cui si era posto nei confronti degli austriaci, Garibaldi deve sgomberare il territorio Trentino dietro ordine dei Piemontesi, al cui dispaccio risponde con quel "Obbedisco", rimasto famoso. Nel 1867 è nuovamente a capo di una spedizione che mira alla liberazione di Roma, ma il tentativo fallisce con la sconfitta delle forze garibaldine a Mentana per mano dei Franco-Pontifici. Nel 1871 partecipa alla sua ultima impresa bellica combattendo per i francesi nella guerra Franco-Prussiana dove, sebbene riesca a cogliere alcuni successi, nulla può per evitare la sconfitta finale della Francia. Torna infine a Caprera, dove passerà gli ultimi anni e dove si spegnerà il 2 giugno 1882.


mercoledì 23 dicembre 2009

Anita Ribeiro




Ana Maria de Jesus Ribeiro, meglio conosciuta come Anita Garibaldi (Morrinhos, Santa Catarina, Brasile, 1821 - Mandriole di Ravenna, Italia, 4 agosto 1849) fu moglie di Giuseppe Garibaldi; è conosciuta universalmente come l' Eroina dei Due Mondi.
Di famiglia modesta, discendente da portoghesi immigrati dalle Azzorre nella provincia di Santa Caterina nel settecento. Il padre Benito faceva il mandriano nei pressi di Lajes, si sposò con Maria Antonia de Jesùs dalla quale ebbe sei figli, di cui tre nati a Coxillas e altri tre a Morrinhos. Morto il padre e i tre fratelli, la madre e le tre figlie si trasferirono a Carniza.
Anita dovette aiutare ben presto nel sostentamento famigliare, tantoché all'età di 14 anni, su consiglio della madre, sposò il 30 agosto 1835 a Laguna Manuel Durante de Aguiar, calzolaio di condizioni agiate, ma di idee monarchiche. Dopo soli tre anni di matrimonio, il marito si arruolò nell'esercito imperiale, lasciando la giovane sposa.
Era il 1839 ed un giovane italiano, Giuseppe Garibaldi, combattente nella rivoluzione riograndense (Guerra dos Farrapos), approda con le navi a Laguna, dove conosce Anita. La ragazza, attratta dall'animo del combattente, se ne innamorò: abile cavallerizza, fu maestra dell'inesperto marinaio che, dal canto suo, la iniziò alla tecnica militare. Cominciò così la loro vita insieme nella lotta alle forze imperialiste.
Nella battaglia di Curitibanos agli inizi del 1840, Anita venne fatta prigioniera, ma il comandante nemico, ammirato dal suo temperamento indomito, si lasciò convincere di concederle la ricerca del cadavere del marito fra i caduti in battaglia; in un attimo di distrazione della vigilanza, afferrò un cavallo e fuggì ricongiungendosi con Garibaldi a Vacaria, nel Rio Grande Do Sul. Il 16 settembre 1840 nacque il loro primo figlio al quale diedero il nome di un patriota italiano, Menotti. Dopo pochi giorni, Anita sfuggì ad un nuovo agguato, infatti gli imperialisti circondarono la casa, ma ella si lanciò a cavallo col neonato in braccio e raggiunse il bosco dove rimase nascosta per 4 giorni finché Garibaldi la ritrovò.
Nel 1841 la situazione militare divenne insostenibile, Garibaldi chiese ed ottenne dal generale Bento Gonçalves di lasciare l'esercito repubblicano: Anita, Giuseppe e Menotti si trasferirono quindi a Montevideo dove rimasero per 7 anni.
Nel 1842 ufficializzarono il loro legame e si sposarono nella parrocchia di San Bernardino.
Nel 1843 nacque Rosita che morì a soli 2 anni.
Nel 1845 nacque Teresita e nel 1847 nacque Ricciotti Garibaldi.
Anita appoggiò sempre le scelte del marito, che nonostante insegnasse storia e matematica, continuò ad avere rapporti con i rifugiati politici italiani fin tanto che costituì la Legione Italiana contro i filo-argentini che contestavano la sovranità dell'Uruguay. Nel 1847 Anita salpò per l'Italia con i figli e raggiunse a Nizza la madre di Garibaldi che li raggiunse alcuni mesi dopo.
Il 9 febbraio 1849 presenziò con il marito alla proclamazione della Repubblica Romana, ma l'invasione franco-austriaca di Roma, dopo la sconfitta al Gianicolo, li costrinse a lasciare la città.
Anita, sofferente ed in avanzato stato di gravidanza, cercò di non far sentire il proprio peso al marito, ma le condizioni peggiorarono quando raggiunsero la Repubblica di San Marino. Braccati dai nemici, venne trasportata in fretta e furia alla fattoria Guiccioli a Ravenna dove spirò il 4 agosto 1849.
Nei dieci anni di esilio di Garibaldi i resti di Anita vennero riesumati per ben 7 volte dai vari contendenti.
Per volontà del marito le sue spoglie nel 1859 vennero trasferite a Nizza; nel 1932 furono deposte sotto il monumento erettole sul Gianicolo, a Roma.

Preghiera del garibaldino



Al Fante: che nello spirito garibaldino lottò, s'immolò sui campi di battaglia per l'unità, libertà e grandezza d'Italia, dona la pace, Iddio Signore, giusto che su questa terra i piedi ebbe lacerati nel difficile cammino, che nella trincea o nella tana afferrò la ruvida roccia con la brama di piegare il destino annotando le ore, i timori, le speranze; e nella scarsa porzione di pane, macchiata di sangue, imbrattata di fango, benedir seppe il nome della Patria e agli ordini rispose: "Obbedisco".
Dona il celeste gaudio, Iddio nostro Signore, a chi in umiltà accettò la morte corporale con le vesti lacerate e le sembianze di un antico asceta, il sentiero purificato nella sofferenza e nell'attesa, a chi rese la sua fede come quella di un Santo.
O Signore onnipotente e buono, fa che nella luce di gloria viva il suo spirito e l'amore, la giustizia tra i popoli odiar possa le armi distruttrici onde la vita, il mondo, nella più completa armonia a noi, ai posteri tutti sorrida.
AMEN

lunedì 21 dicembre 2009

Antonio Stoppani

 Antonio Stoppani fu un insigne studioso dell'Ottocento. Nacque il 15 agosto 1824 a Lecco, nel 1835 entrò nel Seminario di Castello per studiare grammatica. Ben presto sentì la vocazione per il sacerdozio e passò quindi al Seminario di Monza e successivamente a quello di Milano dove fu consacrato prete nel 1848. Nello stesso anno il giovane sacerdote di idee liberali partecipò attivamente all’insurrezione delle Cinque Giornate schierandosi dalla parte dei patrioti, combattendo addirittura sulle barricate e fabbricando aerostati che furono utilizzati per le comunicazioni con la periferia e le vicine province lombarde. Prese parte anche ai successivi eventi bellici e solo dopo la battaglia di Novara fece ritorno in Seminario, come insegnante di grammatica. I suoi trascorsi patriottici e le sue idee politiche non passarono inosservati ai suoi superiori che ben presto lo espulsero dal Seminario e anche dal Collegio Calchi-Taeggi di cui era vicedirettore. La sua fama di insegnante era tuttavia ormai ben consolidata e non gli fu difficile trovare lavoro come precettore presso la famiglia dei Porro, a Como. Fu durante questo periodo che ebbe modo di appassionarsi agli studi di geologia e paleontologia, con particolare interesse alla Brianza e alle Alpi Retiche. Dopo la liberazione di Milano lo Stoppani fu riammesso alla precedenti cariche e nel 1861 fu nominato Straordinario di Geologia all’Università di Pavia.
L'Abate sul formaggio
Il Bel Paese
Nel 1867 fu insegnante di geologia al neonato Politecnico di Milano. In questo periodo scrisse una grande mole di lavori scientifici, saggi anche polemici come "Gli intransigenti", diretto contro certi ambienti della Curia Romana. La sua opera più celebre fu Il Bel Paese, un ponderoso volume di divulgazione scientifica in cui raccontava con linguaggio semplice e piacevole le bellezze naturalistiche del territorio italiano. Egli immagina uno zio che, al ritorno delle vacanze, sia interrogato dal nipotino su quanto visto e così, nell'arco di 34 "serate", descrive la bellezza dei fenomeni naturali in Italia, spaziando dalla città di Milano ai marmi di Carrara, dalle tempeste in mare ai ricordi del Monte Rosa, dai vulcani di fango al Vesuvio nella fase pozzuoliana. La 5a serata dell'appendice è dedicata alle Marmitte dei Giganti del Trentino. Lo scopo dell’opera era quello di fornire agli insegnanti, ma anche alla gente del popolo, uno strumento divulgativo che, pur nel rigore scientifico, trattasse dei vari argomenti in maniera facile e piacevole. L’ambizioso progetto ebbe un grande successo, con innumerevoli riedizioni. La notorietà di Stoppani fu tale che agli inizi del 1906 la sua effige e ll suo termine "Bel Paese" furono utilizzati come etichetta di un noto formaggio. Stoppani fu un precursore di quella sensibilità nei confronti della bellezza e della varietà dei paesaggi italiani che solo molti decenni dopo si sarebbe insinuata nella coscienza collettiva.
Fu una specie di ambientalista ante litteram, che probabilmente oggi inorridirebbe di fronte alle devastazioni ambientali, all'inurbamento selvaggio, alla progressiva distruzione della straordinaria ricchezza del paesaggio italiano. Stoppani nell'introduzione del "Bel Paese" così si esprime in una sorta di comparazione con le caratteristiche del territorio svizzero:
"Ma il mondo fisico della Svizzera, si riduce, possiam dire, alle Alpi; mentre il nostro mondo è assai più vasto e infinitamente più ricco di fenomeni e di naturali bellezze. Alle bellezze ed alle ricchezze scientifiche delle Alpi, noi aggiungiamo quelle così diverse dell'Appennino; e quando avremmo descritto i nostri ghiacciai, le nostre rupi e le gole delle Alpi e delle Prealpi, troveremo altri nuovi mondi da descrivere: le emanazioni gassose, le fontane ardenti, le salse, i vulcani di fango, i veri vulcani o vivi o spenti, il Vesuvio, l''Etna, poi ancora il mare e le sue isole, i climi diversi, le diverse zone di vegetazione, dalla subtropicale alla glaciale e così via discorrendo, ché l'Italia è quasi (non balbetto nel dirlo) la sintesi del mondo fisico."
Il museo dedicato a Stoppani al Seminario Arcivescovile di Milano
Fu un convinto estimatore dei geositi, quei luoghi che non determinano solo la forma peculiare del paese e la varietà dei nostri paesaggi, ma che costituiscono meraviglie della scienza e monumenti della natura di indiscutibile valore culturale. Studiò a fondo la storia dei grandi ghiacciai e dei loro movimenti nel corso delle ere geologiche. Indagò anche sui massi erratici trasportati dai ghiacciai: fra questi descrisse il famoso e colossale Sasso di Preguda (Lecco), di ben 100 metri cubici di roccia. Nel 1874 lo Stoppani fu nominato presidente della neonata Sezione di Milano del Club Alpino Italiano. Successivamente fu direttore del Museo Civico di Milano e presidente della Società Italiana di Scienze Naturali. Morì a Milano, per un attacco di cuore il 2 gennaio 1891.











Giovanni Acerbi

Giovanni Acerbi nacque a Castelgoffredo, nei pressi di Mantova, nel 1825 e morì a Firenze nel 1869. Studiò Giurisprudenza a Pavia prima di essere arrestato nel 1847 per propaganda mazziniana. Uscito dal carcere, prese parte all’insurrezione milanese del marzo del 1848 e quindi alla difesa di Venezia. Riuscito miracolosamente a sfuggire alla repressione austriaca a Mantova, fu esiliato a Genova dove aiutò Mazzini a realizzare il moto milanese del 1853. Il 1859 lo vide combattere fra i Cacciatori delle Alpi guidati da Garibaldi, mentre l’anno successivo partecipò alla spedizione dei Mille con l’incarico di dirigere il servizio dell’Intendenza. Prese parte alla spedizione del 1867 dell’Agro Romano capitanando una colonna di volontari che arrivò fino a Viterbo proclamandovi la dittatura di Garibaldi. La spedizione si concluse con un insuccesso a Mentana. Fu allora che Acerbi si ritirò parzialmente dalla vita pubblica. Deputato del collegio di Lendinara e di quello di Gonzaga, pur schierandosi con la Sinistra non partecipò direttamente al dibattito parlamentare.


Giuseppe Sirtori

Venerdì 3 giugno alle ore 21 presso le Scuderie di Villa Greppi gli alunni della V Ginnasio, assieme al loro docente di Latino e Greco, presenteranno i risultati del loro lavoro di ricerca sul Generale di Casate Vecchio, Giuseppe Sirtori, che fu il “braccio destro” di Garibaldi nella celebre Spedizione dei Mille (1860). Nato a Casate Vecchio nel 1813, sacerdote, il Sirtori smise l'abito talare nel 1844 e si recò a Parigi, dove prese parte alla rivoluzione del febbraio del 1848. Tornato in Italia, partecipò con G. Pepe alla difesa di Venezia e alla sua caduta andò esule a Londra (1849); in contatto con gli ambienti mazziniani, fu presto in disaccordo con la loro rigida pregiudiziale repubblicana e preferì tornare a Parigi, continuando lì la sua attività di propaganda a favore dell'unità d'Italia. Rientrato in patria (1859), nel 1860 fu eletto deputato e prese parte, come capo di Stato Maggiore, alla celebre Spedizione dei Mille, nel corso della quale fu nominato dittatore provvisorio di Palermo e poi pro-dittatore di Napoli. Al comando di una divisione dell'esercito regolare durante la guerra del 1866, collocato a riposo per le critiche avanzate agli alti comandi dopo la battaglia di Custoza, fu riammesso nell'esercito nel 1872. Morì a Roma nel 1874.

Francesco Riso

Francesco Riso. ( Palermo 1820-Palermo 1860). Patriota italiano di orientamento liberale, Francesco Riso fu sempre ostile ai Borboni, tanto che cominciò a cospirare contro di loro già a partire dal 1850. Ma la sua opera divenne importante in occasione della rivolta palermitana dell’ aprile 1860. Egli infatti si pose a capo di un gruppo di congiurati all’ interno del convento della Gancia dal quale sarebbe dovuto partire il segnale. Ma la polizia, venuta a conoscenza del piano, circondò il convento. Tuttavia i congiurati vollero tentare una sortita. Ma Riso, così come molti altri, venne inseguito, attaccato e torturato. Egli infatti morì pochi giorni dopo in seguito alle ferite riportate.

ANCHE LA PROVINCIA DI MESSINA RICORDA CRAXI: I Martiri di Fantina e il ricordo di Bettino Craxi

FANTINA - Gli abitanti della vallata di Fantina dove, il 3 settembre del 1862 all'indomani dei fatti d'Aspromonte, furono fucilati dal Regio esercito italiano sette garibaldini, hanno commemorato ieri nel X anniversario della morte, Bettino Craxi che da presidente del consiglio aveva reso omaggio ai Martiri di Fantina visitando assieme alla figlia Stefania i luoghi dell'eccidio, il 24 novembre del 1984. La commemorazione è stata voluta dal presidente della locale associazione Garibaldina, prof. Giuseppe Furnari. «Craxi – ha ricordato il prof. Furnari – da capo del Governo italiano, rendendo visita ai luoghi della fucilazione e al sagrato della chiesa dove la pietà degli abitanti del luogo fece sì che fosse data sepoltura ai sette giovani, riconobbe a nome dello Stato unitario, dopo oltre 120 anni dai fatti, il sacrificio dei sette giovani che si immolarono per l'ideale dell'Unità d'Italia e di Roma Capitale». I sette martiri, che facevano parte delle retrovie, furono fucilati dall'esercito italiano che aveva già fermato sull'Aspromonte Giuseppe Garibaldi per impedirgli di liberare Roma dal dominio pontificio. L'episodio risorgimentale era stato occultato per anni e rivalutato solo dagli storici locali, come il prof. Angelo Sofia, lo storiografo che ha scritto numerosi saggi sul Risorgimento italiano. Solo la visita dell'allora presidente del Consiglio aveva consentito di far conoscere al resto della Nazione l'oscuro episodio. Il prof. Giuseppe Furnari che per l'occasione ha fatto realizzare dei poster che ricordano l'evento, ha detto che si è voluto commemorare «lo statista, studioso del Risorgimento e appassionato cultore dell'epopea garibaldina». La visita di Craxi ebbe un significato istituzionale che ancora oggi gli abitanti di Fantina ricordano con orgoglio la visita ai luoghi dell'eccidio, alla lapide che ricorda i nomi dei garibaldini fucilati e all'olmo all'ombra del quale fu organizzata l'esecuzione col plotone comandato dal maggiore De Villata. L'episodio infiammò i dibattiti parlamentari post unitari e fu causa di duelli tra ufficiali e giornalisti che accusarono l'esercito sabaudo di viltà. I Martiri di Fantina hanno ricevuto nel settembre scorso, in occasione delle celebrazioni per il 147° anniversario, l'omaggio del vicepresidente del Senato Domenico Nania e della pronipote di Giuseppe Garibaldi, Anita.

Giuseppe Ferrari

Giuseppe Ferrari nacque a Milano il 7 marzo 1811 e si spense a Roma nella notte tra l’1 e il 2 luglio 1876. Prima avvocato, passò poi completamente agli studi filosofici, considerando come proprio maestro Romagnosi. Per alcuni anni studiò Vico, delle cui opere fu anche editore; spirito irrequieto, proteso verso l'azione, le lotte e i contrasti ideali, Ferrari trovò in Francia, ove si recò nel 1838, un ambiente consono al suo spirito. Il pensiero e l'atteggiamento politico di Ferrari ruotavano attorno al principio di libertà ed uguaglianza sociale e all'idea di federalismo repubblicano e democratico come unica forma di soluzione del problema italiano del Risorgimento. Il federalismo per Ferrari si doveva manifestare nell'assetto da dare all'Italia libera, ma per raggiungere questo era necessario che vi fosse un'unione rivoluzionaria. Egli fu però contrario al principio dell'"Italia farà da sè", perché ritenne necessario l'intervento francese in Italia: le delusioni del 1848 esasperarono le sue idee federaliste, repubblicane e radicali e dal 1852 al 1859 si raccolse negli studi. Nel problema dei rapporti tra Stato e Chiesa, come non partecipò dell'entusiasmo per Pio IX, così non approvò né la formula di Cavour, né il pensiero di Mazzini, e auspicava una completa indipendenza del moderno stato italiano da ogni legame religioso. Non fu nemmeno un uomo di governo; ebbe però un grande interesse per la vita politica, così che rientrato in Italia nel 1859 ed eletto deputato per il collegio di Luino, partecipò per molti anni ai dibattiti parlamentari. Sedeva sui banchi della sinistra, in realtà fu un isolato della tenace idea del federalismo. Cavour, Minghetti, Crispi, riconoscendone il valore e l'onesta sincerità lo stimavano, ma in fondo vedevano in lui il superstite di una corrente politica sconfitta. Fu però favorevole a una Roma capitale e, nonostante il suo federalismo, votò per la convenzione di Settembre; nel maggio del 1873 propose che la soppressione delle corporazioni non si restringesse entro i confini della legge. Prese parte soprattutto alle discussioni economiche, sociali ed amministrative e i meriti scientifici di Ferrari ottennero ampi riconoscimenti ufficiali: ebbe una cattedra universitaria a Milano e tenne corsi liberi a Torino e a Pisa.

Domenico Menotti Garibaldi

Domenico Menotti Garibaldi nacque nel borgo di São Luís, oggi quartiere della città brasiliana di Mostardas (a San Simon), stato del Rio Grande do Sul, primogenito di Giuseppe e Anita (Anna Maria Bento Ribeiro Da Silva) il 16(22)/9/1840. Venne battezzato con il nome di Domenico, in onore del padre di Garibaldi, ma il Generale volle soprannominarlo Menotti, in onore del patriota Ciro Menotti. Menotti rimase in America Latina fino all'età di sette anni e rientrò in Italia insieme ai due fratelli, Teresita e Ricciotti e alla madre. Si imbarcarono nel dicembre 1847, con destinazione Nizza dove furono raggiunti dal padre. Il Re gli offrì un posto nel Collegio di Racconigi dove vi ricevette un'eccellente educazione finchè il padre non decise di assumerne direttamente l'educazione, tenendolo con se a Caprera. Il 21 marzo 1856 diventa mozzo di marina mercantile e nel 1859 accompagna il padre, con la sorella Teresa, alle Mandriole presso Ravenna, per l'esumazione della salma della madre che viene sepolta a Nizza. Menotti iniziò la sua carriera militare da semplice soldato nel 1859 a fianco del padre nei cacciatori delle Alpi (nello squadrone Guide dei Cacciatori) a Varese, Como, San Martino, San Fermo. Partecipò poi alla spedizione dei Mille, nella quale si distinse nel grado di maggiore. Combattè con il padre a Calatafimi, dove vnne ferito, a Palermo, a Reggio, sul Volturno poi il trionfo di Napoli. E' il solo figlio di Garibaldi a dividere con lui questa straordinaria esperienza. Tra i suoi compagni vi sono Francesco Bidischini, fratello di Francesca Italia, sua futura sposa, e Stefano Canzio, che sposerà nel 1861 sua sorella Teresa. Nel 1862 é insignito del grado di Cavaliere nell'OMS, per il suo ruolo nella Spedizione dei Mille. Benché anche Ricciotti sia a Caprera quando Garibaldi parte per l'Aspromonte, il Generale porta con se solo Menotti, che comanda un gruppo d'Artiglieria. Nel 1866 durante la terza Guerra d'Indipendenza comandò, con il grado di colonnello, il 9° reggimento di volontari garibaldini e fu l'artefice della vittoria nella battaglia di Bezzecca meritandosi la medaglia d'oro al Valor Militare. Breve e sfortunata la sua esperienza a Mentana nel 1867. Nel 1870 durante la guerra franco-prussiana comandò un reggimento di truppe franco-italiane, combattendo a Digione e sui Vosgi, meritandosi la Legion d'Onore conferitagli dal governo francese. Divenne deputato di Velletri e Roma dal 1876 al 1897; a Velletri è ancora ricordato per aver dato importanza alla cittadina facendovi spostare o riuscendo a mantenervi sedi di organi statali e per aver fondato la "Cantina sperimentale del vino di Velletri". Inoltre riuscì a far finanziare dal governo una vasta tenuta dell'Agro Romano, idea che anni prima era stata proposta dal padre ma che non aveva trovato seguito, divenendo un apprezzato imprenditore agricolo.

Comincia per Menotti un'altra fase della sua vita, nella quale si dedica interamente alla sua famiglia e alla terra di Carano : migliaia di ettari, avuti nel 1874 in enfiteusi perpetua dal Capitolato di San Pietro, messo in obbligo dopo il 1870 di concedere che il latifondo (8618 ettari in stato d'assoluto abbandono, infetto dalla malaria e gravato di pesanti oneri per chi vi lavora) sia dato in gestione e bonificato. Quando Giuseppe Garibaldi viene eletto deputato la famiglia soggiorna in Via delle Coppelle, 3, poi si sposterà in Piazza Vittorio Emanuele, 10. Menotti è in obbligo d'indebitarsi per pagare l'enfiteusi al Capitolato di San Pietro e comprare bestiame e materiale necessario. Incappa però anche lui nello scandalo della Banca Romana. Solo dopo la sua morte, la famiglia finirà di riscattare la proprietà, nonostante l'aiuto di Giuseppe Garibaldi che contribuisce con parte del dono nazionale. Consigliere provinciale, sarà anche presidente del Consiglio della Provincia di Roma. Presiede la Società liberale di Roma e numerosissime associazioni. Gli anni più critici furono fra il 1885 e il 1887 quando dalla sinistra Crispina (Coloniale) riceve spesso denaro e sostegni tanto da far dire a Cavallotti "vai piano nei brindisi tu che insieme con un gran nome ereditasti anche dei doveri". Lavora intensamente e non vive in agiatezze è rispettato e benvoluto anche per l'opera sociale che svolge sulle sue terre, dove crea scuole, stazioni sanitarie, persino chiese, benché sia stato scomunicato per aver acquistato la terra del Capitolato di San Pietro. Menotti è anche un importante esponente della Massoneria Italiana. Capo indiscusso della famiglia, tempera finché vive i rapporti tra il fratello Ricciotti, Stefano Canzio, Francesca Armosino. L'impegno per le sue terre paludose ne ha minato la salute, e Menotti muore di malaria il 22 agosto 1903.
Si sposò con Italia Bidischini dall'Oglio e ne ebbe sei figli
Anita Garibaldi (1875 - 1961) - Rosita Garibaldi (1877 - 1964)
Gemma Garibaldi (1878 - 1951) - Giuseppina "Peppina" Garibaldi (1883 - 1910)
Giuseppe Garibaldi (1884 - 1886) -Giuseppe "Peppinello" Garibaldi (1887 -1969)
Da li in poi i suoi problemi economici (Menotti Garibaldi) prevalsero su quelli ideali. La sua impresa maggiore la bonifica di Carano nell’Agro Pontino (Aprilia). 1437 ettari scorporati dalla tenuta di Campo Morto (8618 ettari), la più vasta dell'Agro romano. Quando, finalmente, dopo anni di sacrifici, la tenuta iniziava a dare i frutti la sua salute era ormai minata dalla malaria. Per questo motivo la moglie Italia Bidischini, cercò di convincerlo a rinunciare ad andare a Carano. Egli rispondeva che faceva ciò per dare un avvenire ai figli. L'Avanti, nell'edizione di lunedì 24 agosto 1903 così scriveva: "Egli morì alle 5,55 pomeridiane, assistito dalla consorte, dai cognati Maruca e Bidischini, dal colonnello Coriolato e dai dottori Nazzari e Baliva. La morte avvenne dolcemente e quasi insensibilmente". - Alcuni sostengono che la morte sia stata la conseguenza di una caduta in un pozzo della tenuta, non fu così, la causa fu la malaria. La caduta nel pozzo ci fu, ma l'anno precedente. Menotti era salito su una vecchia tavola sistemata sulla bocca del pozzo, per ungere l'ingranaggio della pompa che cigolava; la tavola cedette e Menotti, dopo aver battuto il viso sul ciglio, precipitò per 14 metri sino al pelo dell'acqua e poi giù per altri 5 sotto il livello. Le donne che si trovavano nelle vicinanze iniziarono ad urlare, ma lui, riaffiorato, con voce pacata chiese una corda con la quale risalì in superficie, fradicio e grondante di sangue salì a cavallo e tornò a casa.
Il Funerale. Alle 17 precise, il colonnello Augusto Elia varcò il portone del numero 110 di piazza Vittorio, portando con se il berretto, la sciabola e la camicia rossa di Menotti, seguito da otto garibaldini che trasportavano la bara, la quale fu collocata su un affusto di cannone trainato da sette cavalli. Sulla bara furono sistemate le corone del Re e della Repubblica Francese. Alle 20,30 trenta di martedì 25 agosto, il corteo funebre in forma privata mosse da porta San Giovanni e dopo quattro ore arrivò ad Albano. Ad attenderlo nei pressi della stazione di Cecchina c'era un uomo a cavallo, partito la sera precedente da Anzio, con un ramo di quercia in mano. Avvicinatosi depose il ramo sulla bara, poi al galoppo si diresse verso Carano. Quell'uomo era Gabriele D'Annunzio. La bara, trasportata da otto persone tra cui Gabriele D'Annunzio, percorse il viale e fu depositata nel mezzo del mausoleo, dove già riposava il figlio Beppino. Fu lo stesso Gabriele D'Annunzio a pronunciare l'orazione funebre con un bel discorso, il cui testo è affisso all'interno della tomba.

Il Brigantaggio

La guerra civile, perché questi sono i caratteri che drammaticamente assunse quella rivolta, durò oltre cinque anni ed interessò tutta la Basilicata e le regioni limitrofe. L'alveo delle forze dei briganti divenne il Vulture ed il suo capo più rappresentativo fu Carmine Donatelli detto Crocco di Rionero in Vulture. Fuoriuscito dall'esercito borbonico perché reo d'aver ucciso un compagno, Crocco aveva partecipato ai moti unitari del '60 ma non avendo ottenuto l'amnistia preferì al processo la strada dei boschi. Crocco riuscì ad aggregare un esercito di oltre duemila uomini, la maggior parte dei quali contadini disillusi e minacciati dalle ordinanze del Governo pro-dittatoriale che prevedevano la pena di morte per chi partecipava ai moti di occupazione e rivendicazione delle terre. Le ostilità si aprirono l'8 aprile del 1861 con l'assalto a Ripacandida, seguito da quello di Venosa, dove trovò la morte Francesco Saverio Nitti. L'occupazione si diffuse nel Vulture e talvolta i briganti venivano accolti come liberatori dalle popolazioni affrante e sopraffatte dalla miseria. Nell'ottobre del 1861, dopo l'assalto a Ruvo del Monte ed il violento scontro accaduto in agosto con i reparti dei Bersaglieri fra Avigliano e Calitri, ai briganti di Crocco e Ninco Nanco si affiancò Josè Borjes, il generale catalano spedito alla ventura nel tentativo di rinfocolare la reazione borbonica nel Mezzogiorno. Ma la sua fu un impresa inutile e disperata, come ben si intuisce dalle note del suo diario, poiché seppure cercò per diversi mesi di guidare la rivolta al fianco di Crocco, dovette prendere atto della sostanziale indifferenza dei briganti agli astratti programmi politici di restaurazione borbonica. Dopo aver fallito il tentativo di occupare Potenza nel novembre del 1861, Borjes fu disarmato ed allontanato da Crocco, morendo poi fucilato dai bersaglieri presso Tagliacozzo l'8 dicembre dello stesso anno. Nella primavera successiva, trascorso l'inverno negli impenetrabili rifugi del Vulture, i briganti tornarono all'attacco e nel 1862 la lotta si fece agguerritissima al punto che in agosto il governo proclamava lo stato d'assedio.

Proprio in quel periodo, tramite la mediazione di autorevoli esponenti della borghesia locale si era giunti ad un accordo con Crocco ed altri cinquecento briganti, convinti ad abbandonare il campo con promessa di rifugio sicuro su un'isola. Questa ipotesi venne scartata aprioristicamente dal governo che confermava invece la linea dura, accusando anche di complicità coloro che avevano intentato la trattativa e, ignorando qualsiasi forma di mediazione, approntò la legge Pica con la quale si isituivano i tribunali militari e si autorizzavano fucilazioni immediate.
L'opposizione alla Camera fu serrata da parte di tutta quella parte democratica del governo che aveva dato credito alle conclusioni della Commissione Parlamentare d'Inchiesta, inviata in Basilicata per cercare una soluzione al problema, e che aveva terminato la sua esposizione dichiarando che la ribellione dei briganti era in fondo "la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie". Nonostante l'opposizione del Massari e del De Sanctis, la legge Pica venne approvata ottenendo il doppio risultato di affermare l'egemonia delle forze conservatrici rispetto a quelle democratiche e di accrescere la violenza dei briganti, contro i quali il governo dovette impegnare complessivamente 120.000 soldati in una guerra costosissima per il paese, sul piano sia economico che morale.
Il comando delle truppe venne affidato al generale Pallavicini, lo stesso che aveva fermato Garibaldi sull'Aspromonte, mentre il Prefetto di Potenza Veglio completava la linea telegrafica di collegamento tra il capoluogo e Tricarico, Matera, Melfi e Lagonegro.
Il 13 marzo del 1864 veniva catturato e fucilato presso Avigliano il comandante dei briganti Ninco Nanco mentre per la defezione di Giuseppe Caruso, il Pallavicini riuscì a sorprendere la banda di Crocco sull'Ofanto, il 25 luglio.Ciò nonostante l'imprendibile Crocco riuscì a fuggire con undici dei suoi ed a raggiungere incolume i territori dello Stato pontificio credendosi in salvo. Ma così non fu, il clima politico era cambiato e proprio "quel Gran Pio IX", come egli stesso testimoniò più avanti, dopo la cattura avvenuta a Veroli per mano delle truppe pontifice,
lo fece rinchiudere nelle carceri nuove di Roma. Così terminavano gli anni più accesi della lotta brigantesca e Carmine Donatelli detto Crocco, condannato a morte a Potenza l'11 settembre del 1872, riuscì a scontare il carcere a vita nel bagno di Portoferraio dove divenne uomo di lettere e dettò le sue memorie.

Liborio Romano

Don Liborio, come usavano chiamarlo, era nato a Patu, in provincia di Lecce, nel 1795. Si era laureato in giurisprudenza a Napoli e giovanissimo aveva ottenuto la cattedra di Diritto Civile e Commerciale in quella stessa Università. Avendo preso parte ai moti rivoluzionari del 1820-21, fu destituito dall'insegnamento e dopo un breve periodo di prigione fu mandato in esilio. Ritornato a Napoli nel 1848 ebbe una parte di rilievo negli avvenienti che portarono alla concessione della Costituzione da parte di Ferdinando II. Dopo alterne vicende nella parte finale del regno di Ferdinando II, ricoprì dapprima la carica di prefetto di polizia e poi, dal 14 luglio 1860, quella di ministro dell'Interno e di Polizia. In quelle poche settimane che precedettero il crollo della dinastia borbonica, pienamente convinto della inevitabilità di tanto, intraprese contatti con Cavour e con lo stesso Garibaldi dal quale fu confermato nella carica di ministro dell'Interno, carica che mantenne fino al 24 settembre 1860 entrando così a far parte del Consiglio di Luogotenenza fino al 12 marzo 1861. Don Liborio fu strenuo assertore della formazione della nuova provincia di Benevento. Lo attesta la sua precisa, puntuale e circostanziata relazione preparata con l'aiuto del suo collaboratore, il direttore Emilio Civita.

Giuseppe La Masa

Nasce a Trabia nel 1819. Politico. Esiliato dal governo borbonico (1844) sostiene la necessità di una rivoluzione nel Regno delle Due Sicilie nell'opuscolo I popoli del Regno delle Due Sicilie ai fratelli italiani (1847). Tornato clandestinamente in Sicilia, è tra i principali promotori dei moti del 1848, presiedendo poi il governo provvisorio. È poi comandante dei volontari siciliani nella prima guerra d'Indipendenza. Restaurati i Borboni in Sicilia, è costretto all'esilio a Malta, Parigi, e infine a Torino, dove pubblica i Documenti sulla rivoluzione siciliana. Ha un ruolo di primo piano nella spedizione dei Mille e dal 1861 al 1870 è deputato della sinistra al parlamento. Muore a Roma nel 1881.

Ruggero Settimo

Patriota e uomo politico siciliano, nacque a Palermo nel 1778, si formò presso l'Accademia di Marina di Napoli, in qualità di ufficiale della flotta borbonica partecipò a numerosi combattimenti contro i Francesi a Tolone nel 1793, a capo Tagliato nel 1795, contro i barbareschi nel 1798. Nel 1812, ritiratosi dal servizio, divenne uno dei maggiori esponenti del partito liberale che richiedeva la Costituzione. Ministro della Marina prima e della Guerra poi tra il 1812 e il 1814 abbandonò la politica dopo la soppressione della Costituzione.Ma nel 1820 quale membro della Giunta di sicurezza si alienò le simpatie dei liberali poiché firmò l'atto di soggezione a Napoli. In seguito nel 1848, durante la rivoluzione di Palermo, per le sue idee liberali fu chiamato a capeggiare il governo provvisorio.Immediatamente dopo la caduta di questo governo andò in esilio a Malta.Nel 1860 Garibaldi, divenuto padrone di Palermo, lo richiamò in Sicilia. Egli, però, pur approvando l'annessione dell'isola al Regno d'Italia, declinò l'invito per motivi di età e di salute. Nominato, nel 1861, senatore del Regno fu anche il primo presidente dell'onorevole consesso. Morì a Malta nel 1863.

Rosalino Pilo

Quintogenito di Girolamo IV e di Antonia Gioeni, nasce a Palermo il 15 luglio 1820. Rimasto orfano ancora bambino - suo padre morì nel 1828 e sua madre nel 1831 - fu messo nel collegio dei Padri Teatini, per essere avviato - come tanti suoi antenati - alla carriera ecclesiastica. La sua spiccata avversione per la vita religiosa, tuttavia, indusse il fratello Ignazio III, capo della famiglia, a non insistere in questo proposito.

Terminati gli studi a Roma, Rosalino tornò alla natìa Palermo, ove venne incaricato dal fratello di riordinare il patrimonio familiare. Mentre assolveva a tale compito con la scrupolosità propria del suo carattere, si mescolò alle società segrete che da Palermo irradiavano i loro tentacoli in tutta l’Isola, e strinse amicizia con i più arditi rivoluzionari quali: Francesco Crispi, Ruggero Settimo e Giuseppe La Masa.
Il 28 novembre 1847 fu tra i primi a partecipare alla dimostrazione sotto il Palazzo Reale, che al grido di “viva il Re, viva Pio IX!” cercava di indurre il Sovrano a concedere riforme liberali. Tre giorni dopo, per sua iniziativa, la dimostrazione si ripeteva al Teatro Carolino (ora Bellini). Ma l’effetto di tali dimostrazioni fu nullo, e Rosalino allora si adoperò anima e corpo perchè riuscisse la rivolta a mano armata della quale già in precedenza era stato fautore. Ed il 12 gennaio 1848 fu ancora una volta tra i primi a scendere in piazza.
Rovesciato il regime Borbonico, Rosalino fece parte di quello strano governo provvisorio che, con a capo Ruggero Settimo, resse le sorti della Sicilia sino alla restaurazione. Il 26 aprile 1849, Rosalino e gli altri capi rivoluzionari, si imbarcavano su un piroscafo francese prendendo la via dell’esilio.
Sbarcato a Marsiglia, si trasferì quasi subito a Genova ove nel luglio conobbe Giuseppe Mazzini. Entusiasta ne sposò la causa, ed al fratello Ignazio che, ottenutogli il perdono sovrano, lo esortava a tornare in Sicilia, ad occuparsi dell’amministrazione del patrimonio familiare, rispondeva:
“Con grande piacere ti aiuterei, fratello mio, ma nel momento vedo ch’è impossibile il mio ritorno in patria, perchè un ostacolo potentissimo vi ha, il quale non può sormontarsi tanto facilmente per la maniera di pensare dalla quale non posso recedere”.
E continua la sua opera per la liberazione della Sicilia. Per incarico dello stesso Mazzini partecipa alla sfortunata impresa di Carlo Pisacane, e, nel giugno 1857, all’assalto dei forti Diamante e Sperone di Genova. Ricercato dalla polizia Sarda, ripara a Malta, trasferendosi dopo un anno a Londra. Nel luglio 1859 lo troviamo nuovamente in Italia, a Firenze. Accetta un incarico da Mazzini, e si reca in Romagna, dove viene arrestato dalla polizia Sarda.
Liberato nel settembre successivo per intercessione di Garibaldi, fu accompagnato dai carabinieri al confine Svizzero. Rimase a Lugano sino a metà dicembre e tornò quindi a Genova. Era rimasto idealmente repubblicano, ma constatata l’inutilità dell’azione Mazziniana, si era quasi fatalmente convertito, come lo stesso Garibaldi e lo stesso Francesco Crispi, alla nuova formula rivoluzionaria “Italia a Vittorio Emanuele”.
Ed a Genova si adoperò in tutti i modi perchè Garibaldi si mettesse a capo di quel movimento che doveva dare alla Sicilia la tanto agognata libertà. Ma Garibaldi non è ancora deciso, Rosalino, impaziente, d’accordo con Francesco Crispi, rompe gli indugi e il 26 marzo 1860 si imbarca per la Sicilia per mettersi alla testa dei rivoluzionari, e porre così Garibaldi di fronte al fatto compiuto.
Il 9 aprile sbarca al Castello delle Grotte presso Messina e si muove per “raggiungere i trentamila che combattono in Palermo contro le truppe Regie”. La notizia che Rosalino è in Sicilia corre come una leggenda per l’Isola, rincuora i combattenti, sprona gli incerti. E la marcia del biondo eroe è trionfale. Al suo passaggio le autorità Borboniche spariscono, gli sbirri si arrendono, giovani e vecchi corrono ad ingrossare le file della rivoluzione.
Frattanto Garibaldi è salpato da Quarto. L’11 maggio, mentre Rosalino è attestato con le sue squadre a Roccamena, giunge la notizia dello sbarco dei Mille. Rosalino si mette immediatamente a disposizione di Garibaldi. Il 20 maggio riceve da questi l’ordine di muovere su S.Martino. La mattina del 21 è sul posto e si scontra con preponderanti forze nemiche.
Sul punto di essere sopraffatto si pone a scrivere un biglietto a Garibaldi per chiedere rinforzi, ma una palla di rimbalzo lo coglie alla testa e lo fulmina nell’ardore della battaglia. A sera il suo corpo venne raccolto e sepolto a cura del Priore dell’Abbazia di S.Martino.
Rosalino, oltre che di numerosissime lettere, fu autore della “Esatta cronaca dei fatti avvenuti in Sicilia e preparativi di rivoluzione prima del 12 gennaio 1848”, pubblicata nel 1914 dalla rivista “Il Risorgimento Italiano”. Il 30 settembre 1862 gli fu conferita alla memoria dal Governo Italiano la Medaglia d’oro al Valor Militare.

Giuseppe Mazzini


Giuseppe Mazzini (22 giugno 1805 - 10 marzo 1872) fu uomo politico e rivoluzionario del Risorgimento. Nato a Genova, nel 1830 divenne membro della carboneria, un'associazione segreta con obiettivi politici (da cui sarebbero nati i susseguenti moti mazziniani). La sua attività rivoluzionaria lo costrinse a rifugiarsi a Marsiglia dove organizzò un nuovo movimento politico chiamato Giovine Italia. Il motto dell'associazione era Dio e il popolo e il suo scopo era l'unione degli stati italiani in un'unica repubblica, quale unica condizione possibile della liberazione del popolo italiano dagli invasori stranieri. L'obiettivo repubblicano e unitario avrebbe dovuto essere raggiunto con una insurrezione popolare. Mazzini fondò altri movimenti politici per la liberazione e l'unificazione di altri stati europei: la Giovine Germania, la Giovine Polonia e infine la Giovine Europa. Mazzini continuò a perseguire il suo obiettivo dall'esilio e in mezzo alle avversità con inflessibile costanza. Tuttavia la sua importanza fu più ideologica che pratica. Dopo il fallimento dei moti del 1848, durante i quali Mazzini era stato a capo della breve esperienza della Repubblica di Roma, i nazionalisti italiani cominciarono a vedere nel re del Regno di Sardegna e in Camillo Benso conte di Cavour i leader del movimento di riunificazione. Ciò volle dire separare l'unificazione dell'Italia dalla riforma sociale e politica invocata da Mazzini. Cavour fu abile nello stringere un'alleanza con la Francia e nel condurre una serie di guerre che portarono alla nascita dello stato italiano tra il 1859 e il 1861, ma la natura politica della nuova compagine statale era ben lontana dalla repubblica mazziniana. Mazzini non accettò mai la monarchia e continuò a lottare per l'ideale democratico. Nel 1870 fu di nuovo arrestato e costretto all'esilio ma egli riuscì a rientrare sotto falso nome a Pisa dove visse fino alla sua morte (1872).

Giuseppe Verdi


Giuseppe Verdi nacque a Roncole, vicino a Busseto (nel Ducato di Parma), il 10 ottobre 1813 da una famiglia umile: i suoi genitori lavoravano in una osteria di campagna. Quando era ancora un bambino, un droghiere, grossista di suo padre, Antonio Barezzi, amante della musica e presidente della Filarmonica di Busseto, si accorse che il piccolo Giuseppe aveva un talento particolare per la musica e gli pagò le prime lezioni private affinché questo talento fosse sviluppato.
Verdi fece pratica nella chiesa di Busseto, ma venne il momento che il piccolo paese natale si dimostrò troppo stretto, e aiutato dallo stesso Barezzi, decise di presentarsi al Conservatorio di Milano; non riuscì tuttavia a superare l’esame di ammissione (per ironia della sorte, oggi quel conservatorio porta il suo nome). Verdi aveva 19 anni; non si dette per vinto e grazie ad una borsa di studio del Monte di Pietà di Busseto, oltre all’aiuto economico di Barezzi, cominciò ad entrare nel mondo della Scala: prima attraverso le lezioni private del cembalista Vincenzo Lavigna, e poi assistendo alle rappresentazioni.
Nel 1836 vinse il concorso di maestro di musica del comune di Busseto e lo stesso anno sposò la figlia del suo benefattore, Margherita Barezzi, da cui ebbe due figli: Virginia e Icilio. Il lavoro sicuro e lo stipendio fisso non soddisfacevano però il sogno milanese di Verdi, che decise di tornare a Milano con la famiglia. Finalmente nel 1840 Verdi riuscì a far rappresentare al Teatro alla Scala la sua prima opera: Oberto Conte di San Bonifacio, che riscosse un discreto successo. Purtroppo cominciò allora un periodo davvero triste e difficile: morirono prima i figli e poi in seguito la moglie Margherita, a cui Verdi era legato da un profondo affetto; proprio allora gli era stata commissionata un’opera comica Un giorno di regno, che, andata in scena, si rivelò un cocente e clamoroso fiasco.
Verdi dichiarò che non avrebbe più composto musica; tuttavia una nuova occasione gli si presentò allorché l’impresario della Scala, Bartolomeo Merelli, gli consegnò un libretto dalla storia interessante: era il Nabucco. In pochissimo tempo l’opera fu pronta e fu un trionfo (1842). Il coro del Nabucco ebbe un successo strepitoso e veniva cantato e suonato perfino per le strade. Nel frattempo Verdi aveva conosciuto due donne importantissime nella sua vita: la soprano Giuseppina Strepponi, che sarebbe diventata la sua compagna e poi la sua seconda moglie, e la contessa Clarina Maffei, un’amica carissima grazie alla quale poté entrare nei salotti milanesi.
L’opera successiva al Nabucco, I Lombardi alla Prima Crociata, fu un altro successo, sebbene duramente censurato dal governo austriaco, poiché, insieme al Nabucco, era stato rivisitato in chiave patriottica dagli italiani che volevano la libertà dall’impero asburgico.
Dopo Giovanna d’Arco, Verdi si allontanò dalla Scala e da Milano: si recò prima a Parigi e nel 1849 tornò a Busseto insieme a Giuseppina, divenuta ormai la sua compagna. Molte voci girarono su questo rapporto e sulla convivenza dei due, ufficializzata con il matrimonio solo nel 1859. In questi anni Verdi scrisse la cosiddetta trilogia popolare: Rigoletto, Il Trovatore e La Traviata.
Nel frattempo fu finalmente pronta la villa di Sant’Agata, a Villanova d’Arda, dove Verdi e la moglie si trasferirono definitivamente: una dimora bellissima circondata da un grande parco, curato da Verdi stesso.
Nel 1869, con La forza del destino, Verdi segnò il suo ritorno alla Scala, da cui non si allontanò mai più; strinse inoltre un’intensa amicizia con Teresa Stolz, trasformatasi ben presto in qualcosa di più: il soprano boemo fu la prima e più grande interprete dell’Aida (1872).
Durante la sua attività di musicista e compositore, Verdi trovò anche il tempo di dedicarsi agli altri, di pensare a chi aveva più bisogno: nel 1888 inaugurò un ospedale a Villanova D’Arda, da lui interamente finanziato; nel 1880 comprò il terreno per costruire quella che ancora oggi è la Casa di Riposo per musicisti, terminata nel 1899 (ma finché visse volle tenerla chiusa, perché non voleva essere ringraziato da nessuno!).
Nel 1893, Verdi dette l’addio al teatro con la sua unica opera comica, il Falstaff; quattro anni dopo morì la Strepponi, e Verdi passò gli ultimi anni della sua vita all’Hotel de Milan, dove morì il 27 gennaio 1901.

Bolognani Giuseppa




Nata nel 1807, morì nel 1879. Popolarmente intesa "Peppa 'a Cannunera" fu una vera eroina risorgimentale perchè nella giornata del 31 maggio 1860 in Catania si mise a capo dei patrioti liberali e, impossessatasi di un cannone lasciato incustodito dai borboni, li guidò all'attacco della cavalleria nemica.
Per il suo coraggio le venne assegnata dal Governo italiano la medaglia d'argento al valore militare.
Dirimpetto a Palazzo Longano sorge un monumentino in ricordo del suo gesto eroico.

Nino Bixio



NINO BIXIO nasce a Genova il 2 ottobre 1821 e muore a Atjeln nell’isola dl Sumatra il 16 dicembre 1873. Paragonato da D’Annunzio a Giovanni delle Bande Nere di questo aveva, oltre che la violenza, uno sprezzante senso del pericolo e del dolore che si rifletteva poi sugli uomini al suo comando che nutrivano sentimenti discussi di odio e amore nei suoi confronti. Odio per le stragi subite e attuate e amore nel momento del trionfo e della gloria. Per avere l’onore di battersi con Bixio gli uomini dei Mille sopportavano volentieri le sue prepotenze e le sue violenze. Rimasto orfano giovanissimo si imbarcò come mozzo su un brigantino che partiva per l’America. Rientrato in Italia. si arruolò nella marina sarda, ma vi rimase per poco tempo, dato il suo carattere. Il suo desiderio di avventura fu più forte. Con due compagni si imbarcò su una nave americana diretta a Sumatra. Dopo molte avventure rientrò in Europa e nel 1847 era a Parigi ospite del fratello presso li quale conobbe Mazzini e le novità in vista per la rivoluzione italiana. Nel 1848 Fu a Govemolo, Vicenza e Treviso e verso la fine dell’anno aderì al reclutamento che Garibaldi andava facendo per Roma. Il 9 maggio 1849 si distinse nella battaglia dl Palestrina e venne nominato Capitano. Aveva conosciuto intanto Mameli, suo compaesano, col quale strinse una calda e profonda amicizia, che i due rinsaldarono in occasione di un loro ricovero in ospedale dopo aver subito entrambi gravi ferite in combattimento. “Goffredo Mameli “ sarà chiamata la nave, dopo la sua morte, con la quale per circa dieci anni Bixio navigò in mari lontani in attesa della riscossa d’Italia. Bixio nel frattempo si era sposato e come si dice in questi casi era diventato un agnellino. Quando pensava a lei (Adelaide), quando le scriveva si trasformava, diventava tenero, dolce; dal loro epistolario emerge la figura di uomo dalla profonda sensibilità, in cui l’amore per la famiglia è superato solo da quello per la patria. Alla vigilia della guerra con l’Austria, Bixio fondò e diresse un giornale, ma nel 1859, deposta la penna, è al comando di una battaglione dei Cacciatori delle Alpi, a fianco di Garibaldi. I due si stimano e si apprezzano reciprocamente anche se Garibaldi deve frenare e incanalare la sua improvvisa violenza.
Come farete a comandare diecimila uomini, voi che non sapete comandare a voi stesso? Gli disse una volta Garibaldi.
L’anno dopo Garibaldi lo chiama per la spedizione dei Mille e ne fa il suo braccio destro. Col • Lombardo • Bixio sbarca a Marsala e trasferisce nei suoi uomini l’ardore e la passione che ha in sè: sbaraglia I borbonici a Calatafimi; entra a Palermo ferito, ma non vuole cure e si estrae da solo la pallottola. Viene poi inviato, questa volta si violento come voleva Garibaldi, a reprimere i disordini di Bronte. E’ nuovamente ferito nell’attacco a Reggio Calabria e raggiunge Garibaldi in tempo per la battaglia del Volturno, dove si distingue spezzando la tenace difesa nemica. Particolarmente intelligente e sensibile Bixio capì che per il bene della patria non poteva esserci dissidio tra i grandi, per cui quando i rapporti tra Cavour e Garibaldi divennero difficili, Bixio divenne un abile diplomatico tanto che riuscì a mettere pace tra i due.
" lo sono il generale Bixio, un generale di Garibaldi non si arrende mai". cosi rispose nel 1866, nella battaglia dl Custoza, quando il nemico ebbe l’ardire di chiedere la sua resa. Il fatto che fosse eletto deputato, non lo distoglieva dalla sua vecchia passione, il mare. Lo vediamo per l’ultima volta a Roma nel 1870 poi parte per l’Inghilterra dove si fa costruire la “Maddaloni” nave a vela e motore con la quale passa attraverso il nuovissimo canale di Suez con destinazione i mari di Sumatra. Raggiunta l’isola iniziò l’attività di mercante che però durò poco. Un imprevisto sconvolse la vita dell’equipaggio: il colera. Nonostante le precauzioni, la malattia cominciò a dilagare e colpì anche il comandante. Bixio capì che era la fine: dettò la sua ultima lettera alla moglie e ai figli e alle 9 di mattina del 16 dicembre 1873 esalò l’ultimo respiro. I suoi uomini che non vogliono gettarlo in mare lo seppelliscono sulla spiaggia avvolto nel tricolore.

Goffredo Mameli


Nato a Genova il 5/09/1827, studente e precoce poeta, liberale e repubblicano, a vent'anni aderisce alle idee del movimento mazziniano. Nello stesso anno partecipa attivamente alle manifestazioni di Genova per le riforme, e compone "Il Canto degli Italiani" (più noto come Inno di Mameli).
Nel marzo del 1848 a capo di 300 volontari si reca a Milano durante l'insurrezione contro gli austriaci, per poi combatterli sul Mincio col grado di capitano dei bersaglieri. Dopo l'armistizio torna a Genova e collabora con Garibaldi e, nel mese di novembre, raggiunge Roma dove, il 9 febbraio successivo, viene proclamata la Repubblica. Qui partecipa alla difesa della città assediata dai francesi, e rimane ferito alla gamba sinistra, che dovrà essere amputata. Muore d'infezione a soli 22 anni il 6 luglio 1849.
Le sue spoglie riposano nel Mausoleo Ossario del Gianicolo.

Massimo D’Azeglio



Massimo D'Azeglio, (Massimo Taparelli D'Azeglio) statista piemontese, scrittore e pittore, figlio cadetto del marchese Cesare nacque a Torino nel 1798, ma passò l'infanzia a Firenze.
Dopo la caduto di Napoleone torna a Torino con la famiglia per frequentare l'Università. Sottotenente di cavalleria nel reggimento Piemonte Reale nel 1820 l'abbandonò la carriera militare per dedicarsi alla pittura.
Nel 1831, alla morte del padre, si trasferì a Milano, dove acquistò fama come autore di romanzi storici e patriottici e, frequentando i cenacoli romantici milanesi, conobbe il Manzoni e ne sposò la figlia Giulia.
Durante la sua attività di romanziere scrisse opere caratterizzate dal ritmo narrativo veloce, dal tratteggio vivace di ambienti e figure, con abile alternanza di elementi patetici e grotteschi, tragici e moderatamente comici: "Ettore Fieramosca" nel 1833, "Niccolò de’ Lapi" nel 1841 e l’incompiuto "La lega lombarda" opere animate da spirito patriottico.
Dal 1845 ebbe inizio la sua avventura politica, con la pubblicazione di vari opuscoli polemici e antiaustriaci. Partecipò attivamente alle giornate del 1848.
Confidando in Carlo Alberto per il successo delle idee nazionali e costituzionali, e insieme sospettoso verso l'attività delle società segrete, fu un esempio tipico di moderato liberale, legalitario e federalista, ed espresse le sue idee nello scritto "Gli ultimi casi di Romagna" (1846), in cui denunciò il malgoverno papale, disprezzando i tentativi insurrezionali del 1845 e "I lutti di Lombardia" (1848).
Scoppiata la prima guerra d'indipendenza nel 1848, fu aiutante di campo del generale Giovanni Durando, comandante delle truppe inviate dal papa contro l'Austria e combatté valorosamente, rimanendo, nell'eroica difesa di Vicenza.
Dopo la rotta di Novara, per ordine di Vittorio Emanuele II il 7 maggio 1849 formò un ministero col compito di porre fine alla guerra con l'Austria, in questo ministero entrò anche Cavour, che lavorò al suo fianco fino al Governo Rattazzi nel 1852.
Nel 1860 ricoprì la carica di governatore di Milano e, assistito dalle due figlie, dedicò i suoi ultimi anni, trascorsi sul Lago Maggiore, alla stesura dell’autobiografia "I miei ricordi", apparsa postuma nel 1867, che è uno degli esempi migliori della memorialistica risorgimentale, dalla quale risulta la personalità dell'autore, legato alle tradizioni del suo Piemonte e tuttavia aperto alle esigenze del liberalismo ottocentesco.
Massimo d'Azzeglio si spense a Torino nel gennaio 1866.

Camillo Benso




Nasce il 10 agosto 1810 a Torino, allora capoluogo d'un dipartimento dell'impero napoleonico. Secondogenito del marchese Michele e della ginevrina Adele di Sellon, Cavour da giovane è ufficiale dell'esercito. Lascia nel 1831 la vita militare e per quattro anni viaggia in Europa, studiando particolarmente gli effetti della rivoluzione industriale in Gran Bretagna, Francia e Svizzera e assumendo i princìpi economici, sociali e politici del sistema liberale britannico.

Rientrato in Piemonte nel 1835 si occupa soprattutto di agricoltura e si interessa di economie e della diffusione di scuole ed asili. Grazie alla sua attività commerciale e bancaria Cavour diviene uno degli uomini più ricchi del Piemonte.

La fondazione nel dicembre 1847 del quotidiano "Il Risorgimento" segna l'avvio del suo impegno politico: solo una profonda ristrutturazione delle istituzioni politiche piemontesi e la creazione di uno Stato territorialmente ampio e unito in Italia avrebbero, secondo Cavour, reso possibile il processo di sviluppo e crescita economico-sociale da lui promosso con le iniziative degli anni precedenti.

Nel 1850, essendosi messo in evidenza nella difesa delle leggi Siccardi (promosse per diminuire i privilegi riconosciuti al clero, prevedevano l'abolizione del tribunale ecclesiastico, del diritto d'asilo nelle chiese e nei conventi, la riduzione del numero delle festività religiose e il divieto per le corporazioni ecclesiastiche di acquistare beni, ricevere eredità o donazioni senza ricevere il consenso del Governo) Cavour viene chiamato a far parte del gabinetto D'Azeglio come ministro dell'agricoltura, del commercio e della marina. Successivamente viene nominato ministro delle Finanze. Con tale carica assume ben presto una posizione di primo piano, fino a diventare presidente del Consiglio il 4 novembre 1852.

Prima della nomina Cavour aveva già in mente un programma politico ben chiaro e definito ed era deciso a realizzarlo, pur non ignorando le difficoltà che avrebbe dovuto superare. L'ostacolo principale gli derivava dal fatto di non godere la simpatia dei settori estremi del Parlamento, in quanto la sinistra non credeva alle sue intenzioni riformatrici, mentre per le Destre egli era addirittura un pericoloso giacobino, un rivoluzionario demolitore di tradizioni ormai secolari. In politica interna mira innanzitutto a fare del Piemonte uno Stato costituzionale, ispirato ad un liberismo misurato e progressivo, nel quale è la libertà a costituire la premessa di ogni iniziativa. Convinto com'era che i progressi economici sono estremamente importanti per la vita politica di un paese, Cavour si dedica ad un radicale rinnovamento dell'economia piemontese.

L'agricoltura viene valorizzata e modernizzata grazie ad un sempre più diffuso uso dei concimi chimici e ad una vasta opera di canalizzazione destinata ad eliminare le frequenti carestie, dovute a mancanza d'acqua per l'irrigazione, e a facilitare il trasporto dei prodotti agricoli; l'industria viene rinnovata ed irrobustita attraverso la creazione di nuove fabbriche e il potenziamento di quelle già esistenti specialmente nel settore tessile;
fonda un commercio basato sul libero scambio interno ed estero: agevolato da una serie di trattati con Francia, Belgio e Olanda (1851-1858) subisce un forte aumento.

Inoltre Cavour provvede a rinnovare il sistema fiscale, basandolo non solo sulle imposte indirette ma anche su quelle dirette, che colpiscono soprattutto i grandi redditi; provvede inoltre al potenziamento delle banche con l'istituzione di una "Banca Nazionale" per la concessione di prestiti ad interesse non molto elevato.

Il progressivo consolidamento politico, economico e militare, spinge Cavour verso un'audace politica estera, capace di far uscire il Piemonte dall'isolamento. In un primo momento egli non crede opportuno distaccarsi dal vecchio programma di Carlo Alberto tendente all'allontanamento dell'Austria dal Lombardo-Veneto e alla conseguente unificazione dell'Italia settentrionale sotto la monarchia sabauda, tuttavia in seguito avverte la possibilità di allargare in senso nazionale la sua politica, aderendo al programma unitario di Giuseppe Mazzini, sia pure su basi monarchiche e liberali. Il primo passo da fare era quello di imporre il problema italiano all'attenzione europea e a ciò Cavour mira con tutto il suo ingegno: Il 21 luglio 1858 incontra Napoleone III a Plombières dove vengono gettate le basi di un'alleanza contro l'Austria.

Il trattato ufficiale stabiliva che:
la Francia sarebbe intervenuta a fianco del Piemonte, solo se l'Austria lo avesse aggredito; in caso di vittoria si sarebbero formati in Italia quattro Stati riuniti in una sola confederazione posta sotto la presidenza onoraria del Papa ma dominata sostanzialmente dal Piemonte: uno nell'Italia settentrionale con l'annessione al regno di Sardegna del Lombardo-Veneto, dei ducati di Parma e Modena e della restante parte dell'Emilia; uno nell'Italia centrale, comprendente la Toscana, le Marche e l'Umbria; un terzo nell'Italia meridionale corrispondente al Regno delle Due Sicilie; un quarto, infine, formato dallo Stato Pontificio con Roma e dintorni. In compenso dell'aiuto prestato dalla Francia il Piemonte avrebbe ceduto a Napoleone III il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza.

Appare evidente che un simile trattato non teneva assolutamente conto delle aspirazioni unitarie della maggior parte della popolazione italiana, esso mirava unicamente ad eliminare il predominio austriaco dalla penisola.

La II guerra d'indipendenza permette l'acquisizione della Lombardia, ma l'estendersi del movimento democratico-nazionale suscita nei francesi il timore della creazione di uno Stato Italiano unitario troppo forte: l'armistizio di Villafranca provoca il temporaneo congelamento dei moti e la decisione di Cavour di allontanarsi dalla guida del governo.

Ritornato alla presidenza del Consiglio Cavour riesce comunque ad utilizzare a proprio vantaggio la momentanea freddezza nei rapporti con la Francia, quando di fronte alla Spedizione dei Mille e alla liberazione dell'Italia meridionale poté ordinare la contemporanea invasione dello Stato Pontificio. L'abilità diplomatica di Cavour nel mantenere il consenso delle potenze europee e la fedeltà di Giuseppe Garibaldi al motto "Italia e Vittorio Emanuele" portano così alla proclamazione del Regno d'Italia, il giorno 17 marzo 1861.

Camillo Benso conte di Cavour muore nella sua città natale il 6 giugno 1861.

Silvio Pellico




Silvio Pellico nacque a Saluzzo il 25 giugno 1789.
Dopo aver studiato a Pinerolo ed a Torino, andò a Lione per fare pratica nel settore commerciale; rientrato in Italia nel 1809, si stabilì a Milano. Qui conobbe il Monti ed il Foscolo e qui cominciò a scrivere, all'incirca dal 1812, specialmente per il teatro, ideando tragedie formalmente ancora classiche, ma già romantiche da un punto di vista contenutistico.
Nel 1815 fu rappresentata la sua tragedia Francesca da Rimini, in cui l'episodio dantesco venne interpretato alla luce delle forti influenze romantiche e risorgimentali con le quali Silvio Pellico era entrato in contatto nella città lombarda; sempre a Milano fu per qualche tempo direttore del Conciliatore.
Fu proprio a causa del suo profondo afflato patriottico che nel '20 venne arrestato con l'accusa di carboneria: condannato a morte, la sentenza fu commutata in 15 anni di carcere duro, da scontare nella fortezza di Spielberg, in Moravia. Nel 1830 arrivò anticipatamente la grazia imperiale e, tornato in Italia, lo scrittore scelse Torino, si ritirò completamente dalla politica attiva e si estraniò dai circoli letterari, vivendo grazie ad un posto di bibliotecario presso la marchesa di Barolo.
Ad ogni modo non dimenticò l'esperienza carceraria, un evento che divenne il soggetto dell'opera memorialistica Le mie prigioni, del 1832. Nello scritto, il più conosciuto dell'autore, si narrano l'arresto , la vita nel carcere e la liberazione dello stesso Pellico, che volle però porre l'accento (in stile manzoniano) sul percorso spirituale legato alla vicenda, i cui effetti furono la riscoperta della fede ed una rassegnata indulgenza verso l'esistenza e verso gli esseri umani. Tanto in carcere quanto dopo la liberazione compose diverse tragedie (Ester d'Engaddi, Iginia d'Asti, Gismonda, Erodiade, Tommaso Moro), delle cantiche (Tancredi, Morte di Dante) e varie liriche.
Morì a Torino il 31 gennaio 1854.

Radetzky 1766-1858


Feldmaresciallo austriaco: nato da una famiglia di antica nobiltà boema, economicamente decaduta, entrò come cadetto nell'esercito imperiale austriaco, dove condusse una brillante e rapida carriera.
la media età .... Nelle gore della sconfitta di Wagram, Radetzky non perse lustro presso la corte imperiale, come dimostra l’onore che gli venne riservato. Secondo la consuetudine dell’epoca che prevedeva che la grande nobiltà ‘possedesse’, ovvero armasse, singoli reggimenti, Radetzky divenne il secondo ‘proprietario’ (oggi si chiamano sponsor), del 4° reggimento dei corazzieri e, il 6 settembre, ebbe il titolo di colonnello del 5° reggimento ussari, ribattezzato Reggimento Ussari di Radetzky: si trattava di un titolo onorifico, talmente onorifico che un altro colonnello dello stesso 5° reggimento Ussari sarebbe divenuto Carlo Alberto di Savoia, suo futuro nemico. Del reggimento, Radetzky divenne ‘proprietario’ solo nel 1848. Il 21 agosto 1809, venne promosso Capo di Stato Maggiore, si impegnò nella riorganizzazione e ammodernamento dell’esercito e del suo sistema tattico, ma si dimise nel 1812, sostenendo di non poter portare avanti la sua riforma a causa dell’opposizione del Tesoro. Le sue puntuali manovre d'addestramento erano costosissime.
l'avventura italiana... Nel maggio 1815 divenne capo del quartiere generale della armata dell’alto Reno. Il 22 giugno venne accolto nell’assai importante consiglio segreto dell’Imperatore d’Austria. Dal 1816 al 1818 servì, col grado di generale di divisione di cavalleria, quale comandante della regione di Ödenburg e, poi, a Ofen (Budapest). Dal 1818 fu accanto all’arciduca Ferdinando Carlo allo stato maggiore. Lì ripropose le sue idee di riforma militare (incluse le solite grandi manovre), che sfociarono nel nulla nel generale clima di pace che si era instaurato sul continente. Si procurò, comunque, numerosi nemici. Ciò fece si che, nel 1829, venisse avanzata proposta per un suo ritiro. L’imperatore preferì una soluzione più decorosa e, nel novembre 1829, gli affidò la carica di governatore della città e fortezza di Olmütz (oggi Olomouc). A salvare Radetzky dall’oblio fu il divampare della rivoluzione dell'Italia centrale, il 26 febbraio 1831. Fu richiamato in servizio e messo, quale luogotenente e capo del Q.G. del feldmaresciallo Frimont, comandante dell’esercito austriaco del Lombardo-Veneto.
Mentre in Austria fu ed è considerato eroe nazionale e uno dei massimi condottieri di ogni tempo, in Italia la stampa risorgimentale lo presentò sempre sotto una luce negativa. Al governatore del Lombardo-Veneto (per un quarto di secolo dal 1831) piaceva invece tantissimo l’Italia, tanto da ritirarcisi a vita privata quando si congedò all'età di 90 anni* (Si vede che anche in Austria all'epoca le pensioni erano un problema). L'insurrezione di Milano del marzo 1848 lo portò a chiudersi nel quadrilatero Peschiera-Verona-Mantova-Legnago. Battuto a Goito il 31 Maggio 1848 si rifece a Novara e, l'anno successivo, a Custoza. Con l'armistizio di Vignale, pose fine alla guerra e al regno di Carlo Alberto. Fu Governatore del Lombardo-Veneto fino al 1857. La carica di governatore giunse in tarda età a coronamento di una ambita carriera. Morirà nel 1858 all'età di 92 anni !!!.

Vittorio Emanuele II°



Vittorio Emanuele era il primogenito di Carlo Alberto di Savoia-Carignano e di Maria Teresa d'Asburgo Lorena. Nacque a Torino nel palazzo della famiglia paterna e appena nato seguì il padre a Firenze, dove soggiornò per alcuni anni.
Partecipò alla Prima guerra d'Indipendenza agli ordini del padre e in seguito alla sconfitta di Novara (23 marzo 1849), quando Carlo Alberto abdicò, si ritrovò sulle spalle la responsabilità del regno.
In questa occasione si dimostrò risoluto con il maresciallo Radetzky, evitando al Piemonte un'umiliazione più pesante.
Umiliazione e distruzione che invece Vittorio Emanuele non esitò ad infliggere a Genova, che s'era ribellata al Regno Sabaudo, e che fu per questo assediata, pesantemente bombardata (incluso l'ospedale) ed infine abbandonata al saccheggio dei bersaglieri del generale Alfonso La Marmora, appena sconfitti dagli austriaci ed inviati dal giovane re a riprendere il controllo della città. Vittorio Emanuele, compiaciuto, scrisse in francese una lettera d'elogio al La Marmora (aprile 1849), definendo il popolo genovese in lotta per riconquistare la propria antica indipendenza - perduta dopo secoli ad opera delle truppe Francesi 1797 - "vile e infetta razza di canaglie" (vile et infecte race de canailles).
Fu principe di Piemonte, duca di Savoia e re di Sardegna dal 1849 al 1861 e re d'Italia dal 1861 al 1878. Durante gli anni che lo separano dalla proclamazione a re d'Italia fu affiancato da validi ministri quali Massimo D'Azeglio e Camillo Benso conte di Cavour che modernizzarono il regno (sino ad allora tra i più arretrati dell'Italia preunitaria) e portarono la questione italiana agli occhi delle grandi potenze liberali partecipando nel 1854 alla guerra di Crimea contro la Russia a fianco di Francia e Inghilterra.
In questo modo il piccolo regno di Sardegna ottenne visibilità sul piano internazionale al congresso di pace che si svolse a Parigi.
Queste manovre politiche portarono agli accordi di Plombières del 1858 con i quali la Francia si impegnava ad intervenire militarmente in Italia qualora il Regno di Sardegna fosse stato attaccato per liberare il Lombardo-Veneto.
In seguito ad alcuni espedienti messi in atto da Cavour nel 1859 (Accordi di Plombières, 1858) scoppiò la Seconda guerra d'Indipendenza condotta a fianco dei francesi di Napoleone III e che portò alle vittorie di Magenta, Solferino e San Martino.
In seguito all'armistizio di Villafranca voluto da Napoleone III i dissapori tra il re e Cavour spinsero questi alle dimissioni.
Nel frattempo il re non ostacolava la spedizione dei Mille (1860) di Giuseppe Garibaldi ma fu costretto a partire con l'esercito piemontese per fermarlo nel momento in cui il generale dimostrò l'intenzione di attaccare Roma, posta sotto la protezione della Francia di Napoleone III, la quale attraverso Vittorio Emanuele (che era essenzialmente francofono) vedeva finalmente coronato il proprio disegno, lungamente perseguito, di controllo del resto d'Italia e del Mediterraneo occidentale in concorrenza con le analoghe mire britanniche.
I due si incontrarono presso Teano. In seguito a referendum in tutte le zone insorte del nord Italia Vittorio Emanuele fu proclamato primo re d'Italia per Grazia di Dio e volontà della Nazione il 17 marzo 1861 dal nuovo Parlamento italiano a Torino che diventava la prima capitale d'Italia. La nuova nazione, che usciva dagli anni del Risorgimento, raggiungeva la sua unità, almeno sul piano formale.
Vittorio Emanuele II guidò nel 1866 la terza guerra d'indipendenza combattendo al fianco della Prussia contro l'Austria, conclusasi con l'annessione del Veneto all'Italia; dopo aver tentato invano di risolvere pacificamente la crisi con Roma, quando il presidio francese abbandonò Roma a seguito della disastrosa sconfitta della Francia nella guerra Franco-Prussiana, appoggiò, sia pure in maniera riluttante, l'azione dei bersaglieri nell'assalto di Porta Pia (20 settembre 1870).
Entra in Roma solennemente il 2 luglio 1871.
Dopo la fine dello Stato Pontificio si trasferì da Firenze, divenuta capitale nel 1864, a Roma, divenuta nuova capitale, insediandosi al Palazzo del Quirinale.
Il compimento dell'unificazione italiana gli procura l'appellativo di Padre della Patria.

Aurelio Saffi




Nacque a Forlì il 13 ottobre 1819. Si laureò all'università di Ferrara nel 1841.
In seguito si trasferì a Roma per compiervi la pratica forense; tornato a Forlì fu eletto consigliere comunale e segretario provinciale.
Verso la metà degli anni '40 del secolo, Saffi era forte dei sui studi storici che lo avevano emancipato dall'ambiente religioso e politico nel quale era cresciuto; all'arrivo nella sua terra dei legati, monsignori Janni e Ruffini, stese una rimostranza che valse come requisitoria contro il malgoverno della Romagna.
Ben presto gli entusiasmi che aveva manifestato dopo le concessioni costituzionali ad opera di Pio IX, vennero in lui diminuendo, e Saffi si accostò alla fede mazziniana, alla quale rimase fedele fino alla morte. Nel 1848 invocò le necessità di un'assemblea costituente italiana, necessità già proclamata da Montanelli ma, prima ancora, da Mazzini.
Fu eletto deputato alla Costituente per Forlì; andò a Roma. All'interno della Repubblica romana fu nominato ministro dell'Interno; in seguito acclamato triumviro con Mazzini e Armellini.
Caduta la Repubblica, l'11 luglio 1849, prese la via dell'esilio. Dopo un periodo trascorso in Liguria, riparò a Ginevra, poi a Losanna, dove visse con Mazzini, anch'egli rifugiato da Roma.
In esilio scrisse una Storia di Roma (incompiuta) e collaborò all'Italia del popolo. Nel 1851 è costretto a lasciare la Svizzera per Londra, dove si era trasferito anche Mazzini.
Partecipò ai preparativi del moto milanese del 6 febbraio 1853, che comprendeva insurrezioni in altre zone della penisola. Fallito il moto, e condannato in contumacia a venti anni di carcere, ripara ancora in Inghilterra.
Tornerà in Italia nel 1860, raggiungendo Mazzini a Napoli. L'anno dopo fu eletto deputato per il collegio di Acerenza; dopo i fatti di Aspromonte decise di dimettersi.
Nel suo continuo vagare per l'Europa, tornò a Londra, ma nel 1867 fu di nuovo in Italia. Dal 1872, morto Mazzini, attese alla continuazione della pubblicazione degli scritti dello scomparso (fermi all'ottavo volume), giungendo al volume quattordicesimo.
Dal 1877 aveva tenuto lezioni all'Università di Bologna

Carlo Pisacane



(Napoli 1818-Sanza, Salerno, 1857).
Ufficiale borbonico di famiglia aristocratica e di idee liberali, nel febbraio 1847 fuggì da Napoli a Parigi con Enrichetta di Lorenzo, moglie di tale Domenico Lazzari. Dopo una breve parentesi nella Legione straniera in Algeria, nel 1848 accorse in Lombardia e combatté sul Garda nel corso della I guerra d'Indipendenza. Accostatosi intanto agli ideali del Cattaneo e del Mazzini, partecipò alla difesa di Roma nel 1849. Caduta la Repubblica, riparò all’estero e poi a Genova (1850) dove, allontanatosi da Mazzini, precisò il suo orientamento ideologico in senso nettamente socialista e proudhoniano. Denunciò la natura essenzialmente conservatrice dell’intervento di Carlo Alberto e del fallimento della guerra a causa dell’incapacità delle forze democratiche di prospettare come fine di essa una concreta rivoluzione sociale. Ripresi infine i contatti (1855) con Mazzini, ma ormai più sul piano della pratica immediata che su quello teorico, avversò come lui la spedizione sabauda di Crimea e organizzò la spedizione insurrezionale nell’Italia meridionale. Accolto ostilmente e sconfitto una prima volta a Padula, fu finito a Sanza dove perdette la vita in combattimento. Deve infatti considerarsi leggendaria la notizia spesso ripetuta che si sia suicidato.

Gioberti Vincenzo




Filosofo e uomo politico italiano. Dottore in teologia (1823), fu ordinato sacerdote nel 1825 e divenne cappellano di corte. Individuato come seguace delle idee liberali e repubblicane, fu arrestato nel 1833 dal governo piemontese perché sospetto di appartenere alla Giovine Italia, e poi esiliato. Dopo un soggiorno di circa un anno a Parigi, nel 1846, ormai famoso anche per il successo del suo libro il Primato morale e civile degli Italiani (1843), ritornò a Torino nel 1848. Divenne presidente della Camera e quindi Ministro della pubblica istruzione. Dopo le dimissioni rassegnate dal ministero Casati, in conseguenza della sconfitta dell'esercito piemontese e dell'armistizio di Salasco, passò all'opposizione. Divenne poi Primo ministro (dicembre 1848) appoggiato dal partito democratico. Comunque la sua fase di governo fu assai breve e cessò il 20 febbraio 1849. La novità apportata nella politica da Gioberti sta nell'avere individuato nell'immobilità attribuita alla tradizione italiana un primato e di aver visto nel cattolicesimo, la sintesi di tutti i valori della civiltà. Questo è il senso della sua opera, che diede origine al movimento neoguelfo, che proponeva come obiettivo politico una federazione degli Stati italiani sotto la presidenza onoraria del pontefice.

Carlo Alberto




Carlo Alberto nacque a Torino il 2 ottobre 1798, figlio di Carlo Emanuele I, principe di Carignano e di Albertina Maria Cristina di Sassonia. La morte prematura del padre e l’indifferenza della madre segnarono la giovinezza di Carlo Alberto, trascorsa a Parigi tra la solitudine e le ristrettezze economiche.
Nel 1814 fu chiamato a Torino da Vittorio Emanuele I il quale lo scelse come successore, preferendolo a Francesco IV di Modena troppo vicino all’Austria.
Sposò a Firenze il 30 settembre 1817 Maria Teresa, donna fredda ed austera, Arciduchessa d’Austria, figlia di Ferdinando il Granduca di Toscana (figlio dell’Imperatore Leopoldo II) dalla quale ebbe tre figli: Vittorio Emanuele suo successore, Maria Cristina e Ferdinando duca di Genova.
Amò segretamente Maria Antonietta di Truchsess, dolce e remissiva, che prese come dama di compagnia della moglie e da cui ebbe un figlio che chiamò Carlo Felice.
Prima di salire al trono dovette subire molte umiliazioni, essendo sposo di una “altezza reale” mentre lui era solo conte (figlio di un ramo cadetto dei Savoia), ad ogni ricevimento non gli era permesso di entrare a fianco della moglie, prima veniva annunciato l’ingresso di “sua Altezza Reale l’Arciduchessa” e solo dopo il suo ingresso annunciato come “Conte”.
Divenuto Re nel 1831 creò una corte sontuosa, protesse gli artisti, fece elevare monumenti alla memoria dei suoi predecessori, espose al pubblico i tesori reali. Rinnovò gli ordini cavallereschi e fondò l’Ordine civile dei Savoia il 29 ottobre 1831. Aiutò la chiesa e contribuì a diverse beatificazioni.
Si trovò anche ad affrontare le agitazioni mazziniane, i complotti liberali, la cospirazione di ufficiali a Torino, ad Alessandria e Chambèry. Condusse una politica reazionaria e represse duramente la cospirazione della giovane Italia del 1833. Per una decina d’anni tentò di conciliare con il suo evidente conservatorismo e la docilità i rapporti con l’Austria.
Per rafforzare lo stato ma anche per svecchiare le strutture statali promulgò una riforma dei codici, con l’abolizione dei diritti feudali, dette impulso all’agricoltura e al commercio, favorì l’incremento del porto di Genova e la costruzione di strade e ferrovie. Fu anche promotore di cultura storica e patrocinò i congressi scientifici.
Dopo l’insurrezione del 1848 e dopo le Cinque Giornate che avevano liberato Milano decise di entrare in guerra contro l’Austria, subito da Napoli, Firenze e da Roma arrivarono rinforzi ma non furono debitamente valorizzati Carlo Alberto non era interessato alla guerra federalista, approfittava della guerra come fecero i sui avi per ampliare il regno. Visse battaglie celebri come Goito e Pastrengo, ma poi fu sconfitto a Custoza nel 1848 a questo punto abbandonò i milanesi al suo destino e si apprestò a firmare l’armistizio con l’Austria.
Questo permise agli austriaci di riorganizzarsi e alla ripresa della guerra austriaca il Re fu nuovamente battuto a Novara il 23 marzo 1849 esponendosi personalmente al fuoco nemico.
Abdicò in favore di Vittorio Emanuele II nella speranza di ottenere delle condizioni meno gravose. Partì per il Portogallo, sotto il nome di conte di Barge.
Morì a Oporto il 28 luglio 1849, fu sepolto con gran pompa magna nella basilica di Superga.

Pietro Micca




Pietro Micca (Sagliano Micca, 6 marzo 1677 – Torino, 30 agosto 1706) è stato un militare italiano.Arruolato come soldato-minatore nell'esercito del Regno sabaudo, è storicamente ricordato per l'episodio di eroismo nel quale perse la vita e che consentì alla città di Torino di resistere all'assedio del 1706 da parte delle truppe francesi.
Poco si sa sulla sua persona prima del gesto, tranne che proveniva da famiglia modesta. Nella sua città natale, Sagliano (piccolo centro della bassa Valle Cervo unita all'antica Andorno Cacciorna - oggi Andorno Micca - divenuto in seguito Sagliano Micca) esiste ancora la semplice casa nella quale abitava, situata all'interno di uno dei tipici cortili del Piemonte. Un museo a lui intitolato, dedicato al suo gesto e al memorabile assedio, si trova a Torino.
Nella notte tra il 29 e il 30 agosto 1706 - in pieno assedio di Torino da parte dell'esercito francese - forze nemiche entrarono in una delle gallerie sotterranee della Cittadella, uccidendo le sentinelle e cercando di sfondare una delle porte che conducevano all'interno. Pietro Micca - conosciuto con il soprannome di Passepartout - era di guardia ad una di queste porte insieme ad un commilitone.
I due soldati sentirono dei colpi di arma da fuoco e capirono che non avrebbero resistito a lungo: decisero così di far scoppiare della polvere da sparo (un barilotto da 20 chili posto in un anfratto della galleria chiamata "capitale alta") allo scopo di provocare il crollo della galleria e non consentire il passaggio alle truppe nemiche.
Non potendo utilizzare una miccia lunga perché avrebbe impiegato troppo tempo per far esplodere le polveri, Micca decise di impiegare una miccia corta, conscio del rischio che avrebbe corso. Istintivamente, quindi, allontanò il compagno (con una frase che sarebbe diventata storica: «Alzati, vai e salvati, che sei più lungo di una giornata senza pane»[1]) e senza esitare diede fuoco alle polveri, cercando poi di mettersi in salvo correndo lungo la scala che portava al cunicolo sottostante.
Il corpo di Pietro Micca fu ritrovato senza vita a quaranta passi di distanza, dove fu ucciso dalle esalazioni velenose dell'esplosione. L'ubicazione della scala su cui avvenne l'eroico gesto si è avuta soltanto nel 1958 grazie alle ricerche del capitano Guido Amoretti, appassionato archeologo e studioso di storia patria. A lui si deve l'ideazione del Museo Pietro Micca e dell'assedio di Torino del 1706.
Secondo il conte Giuseppe Maria Solaro della Margherita, all'epoca comandante della guarnigione di Torino, il sacrificio della sua vita è da addebitarsi più ad un errore di calcolo della lunghezza della miccia che ad una deliberata volontà di sacrificare la propria vita.
Come ricompensa per il sacrificio di Pietro Micca il duca Vittorio Amedeo II assegnò alla vedova, Maria Pasqual Bonino (sposata il 29 ottobre 1704), un vitalizio di due pani al giorno. La coppia aveva anche un figlio, Giacomo (stesso nome del padre di Pietro), di appena 11 mesi

Ciro Menotti




Nato a Carpi (MO) nel 1798, da una famiglia della borghesia imprenditoriale, Ciro Menotti aveva ampliato l’azienda familiare, fondando a Modena una filanda e una ditta di spedizioni, che avevano il loro principale mercato a Londra. Nella capitale inglese Menotti era entrato in contatto con i profughi liberali italiani ed era stato individuato da Enrico Misley come un possibile tramite fra i rivoluzionari dell’emigrazione e il duca di Modena Francesco IV.
Il suo ruolo divenne centrale nella cospirazione modenese alla fine del 1830, quando riuscì a organizzare una serie di comitati insurrezionali a Bologna, Firenze, Parma e Mantova. Il 12 dicembre 1830 inviò a Misley, a Parigi, le sue Idee per organizzare delle intelligenze fra tutte le città d’Italia, un programma insurrezionale mirante a dare all’Italia ‘indipendenza, unione e libertà’, sotto il governo di una “monarchia rappresentativa”, con Roma capitale e un sovrano scelto da un congresso nazionale.
Il progetto di Menotti incontrò diversi ostacoli. A Parigi si andava rafforzando fra gli esuli l’ipotesi, sostenuta da Filippo Buonarroti, di una rivoluzione repubblicana, e il governo orléanista mandava messaggi ambigui circa la sua intenzione di far rispettare il principio del non intervento. A Modena Francesco IV fingeva di assecondare Menotti, mentre lo utilizzava come fonte di informazione sui preparativi rivoluzionari. A Roma si progettava una cospirazione indipendente, guidata da Luigi Napoleone, la cui trama venne scoperta per una delazione che portò all’arresto dei principali cospiratori. Il 3 febbraio 1831, alla vigilia dello scoppio dell’insurrezione, i soldati di Francesco IV riuscirono a sorprendere e a catturare Menotti, che dopo un processo sommario fu impiccato a Modena il 26 maggio.