/**/ Associazione Culturale e Sportiva "Giuseppe Garibaldi"

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venerdì 23 settembre 2016

Inaugurato il 5 maggio 1915 in Palazzo Bianco, dal 1934 ha sede nella casa natale di Giuseppe Mazzini in via Lomellini 11.  Il Museo del Risorgimento conserva ed espone un ricco patrimonio storico e artistico (documenti,dipinti, stampe, armi, uniformi, fotografie, cimeli), attraverso il quale rivivono le figure simbolo del Risorgimento: Mazzini e il movimento repubblicano e democratico, Garibaldi e le Camicie Rosse, Goffredo Mameli e l’Inno d’Italia. Il percorso espositivo,  arricchito da installazioni multimediali, ripercorre le vicende storiche che hanno portato all’Unità d’Italia, dalla rivolta genovese antiaustriaca del 1746 sino all’inaugurazione del Monumento ai Mille di Quarto nel 1915.Una collocazione di rilievo è dedicata al manoscritto recante la prima stesura autografa dell’Inno d’Italia di Goffredo Mameli, cantato per la prima volta in pubblico a Genova il 10 dicembre 1847, e alle testimonianze relative alla figura di Giuseppe Mazzini, tra cui la chitarra a lui appartenuta e suonata nel lungo esilio londinese, suonata ancora oggi in occasione di speciali ricorrenze. 

domenica 4 settembre 2016

Museo Civico del Risorgimento

Nel 1884, nell'ambito dell'Esposizione nazionale di Torino, fu realizzata una mostra dedicata al Risorgimento nazionale, alla quale Bologna partecipò con numerosi oggetti e documenti. In quell'occasione, si iniziò a pensare alla istituzione di un Museo del Risorgimento nella città.Qualche anno dopo, all'interno della Esposizione Emiliana del 1888,  fu istituito un "Tempio del Risorgimento", che esponeva anche molte delle memorie già viste a Torino. L'esposizione ottenne un grande successo tanto che, alla sua chiusura, il Consiglio Comunale deliberò liistituzione di un Museo permanente, che venne inaugurato il 12 giugno 1893 in una sala al pian terreno del Museo Civico, con materiali in massima parte giunti attraverso donazioni.Come gli altri Musei del Risorgimento, anche quello di Bologna sorse con un duplice intento: da una parte educare il popolo - e particolarmente le giovani generazioni - agli ideali  patriottici, dall'altra favorire la ricerca storica sul recente passato e fornire strumenti per il lavoro degli studiosi; la sala espositiva del Museo fu destinata ad adempiere alla prima funzione, mentre la Biblioteca era rivolta prevalentemente agli studiosi.Nel 1915 ai Musei del Risorgimento venne affidato il compito di raccogliere documentazione di quella che veniva definita la "Quarta Guerra di Indipendenza". Analogamente, durante il fascismo, che si proponeva come prosecutore ideale del Risorgimento, vennero raccolti, sebbene con minore determinazione, materiali dell'impresa fiumana, delle guerre coloniali, della guerra di Spagna e della seconda Guerra Mondiale.Chiuso nel 1943, il Museo fu riaperto al pubblico nel 1954; il suo ambito di interesse si estese alla Resistenza, assumendo la nuova denominazione di "Museo civico del primo e secondo Risorgimento".Nel 1962 fu nuovamente chiuso. Nel 1975 venne di nuovo riaperto, con un diverso assetto espositivo: al "museo-sacrario", affastellato di reliquie, destinato a suscitare "commozione e reverenza" nel visitatore, si sostituì un Museo rivolto particolarmente alle scolarescheNel 1990 il Museo, affiancato dai depositi dei materiali museali, dalle strutture didattiche e dal laboratorio di restauro, venne trasferito alla nuova - ed attuale - sede di Casa Carducci. Nell'occasione, venne realizzato un nuovo percorso espositivo che partendo dalla Rivoluzione Francese giunge alla prima Guerra mondiale, tornando in tal modo alle origini, e stesso tempo alla denominazione di "Museo Civico del Risorgimento".


martedì 30 agosto 2016

Giustiziati a Fantina da soldati piemontesi

La storiografia ufficiale sul periodo del Risorgimento in Sicilia (ma anche in Italia) non è come la studiamo nei libri di scuola. La cosiddetta unità d’Italia fu anche tragedia. Fu anche scontro fra italiani e gli stessi garibaldini italiani. Fu l’annessione forzata della Sicilia e del Sud al Regno del Piemonte che, come scrisse il generale Enrico Cialdini al re, produsse “8968 fucilati, tra cui 64 preti e 22 frati; 10604 feriti; 7112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi”.Abbiamo pubblicato articoli su Garibaldi e abbiamo ricordato e scritto sulla strage di Bronte avvenuta il 10 agosto 1860 quando Bixio, con un processo sommario, fece fucilare 16 persone ritenute sovversive. Quello che vi raccontiamo ora è la cronaca di ciò che avvenne nel paesino di Fantina (nelle vicinanze di Novara di Sicilia nel Messinese) il 3 settembre 1862.L’episodio, meglio conosciuto come “l’eccidio di Fantina” si verificò sei giorni dopo che Garibaldi fu ferito sull’Aspromonte dai bersaglieri del generale Pallavicini che aveva avuto l’ordine perentorio da Vittorio Emanuele II di bloccare l’avanzata verso Roma del nizzardo per conquistarla. Da quel momento alle truppe sabaude fu comandato di rintracciare e catturare ogni garibaldino e considerarlo un traditore. Furono in quasi duemila quelli che vennero scovati e arrestati insieme ad altri soldati che avevano precedentemente abbandonato i loro reparti per unirsi a Garibaldi.A divulgare per primo la notizia dell’infame misfatto piemontese consumatosi a Fantina fu un giornale di Genova che nella primavera del 1865 anticipò di pochi giorni ciò che avrebbe poi scritto Giuseppe Bennici nel suo libro. Riferendosi all’eccidio di Fantina, egli affermò: “Finché non ebbi documenti in mano, io stentai a prestar fede ai primi racconti; perché giammai non avrei creduto potersi in Italia, in pieno secolo decimonono, fra tanto vanto, consumare una così nera scelleraggine”.Era la sera del 2 settembre 1862, quando un battaglione del 47° fanteria comandato dal maggiore piemontese Giuseppe De Villata, proveniente dall’esercito austriaco, sorprendeva e faceva prigionieri una cinquantina di volontari garibaldini sbandati appartenenti alla colonna del maggiore Carlo Trasselli di Palermo, arrivati nelle vicinanze di Fantina stressati dalla fame e dalla sete. Avendo saputo della catastrofe dell’Aspromonte, cercavano di raggiungere il municipio per deporre le armi e quindi sciogliersi.Il ferimento e l’arresto di Garibaldi sull’Aspromonte avevano profondamente amareggiato quei giovani garibaldini che, per mancanza di spazio, non essendosi potuto imbarcare con lui per la Calabria e che ora erano braccati dal generale Cialdini, il quale con un decreto del 31 agosto aveva invitato i soldati del re a considerare e a trattare come briganti i garibaldini che non si fossero costituiti all’autorità militare entro cinque giorni.I fuggitivi, bussando alle loro porte, riuscivano dai contadini della zona a procurarsi qualche pezzo di pane e un bicchiere d’acqua per ristorarsi un po’. Sorpresi però dalle regie truppe mentre dormivano nel pieno della notte, senza fare resistenza, furono fatti quasi tutti prigionieri di guerra mentre alcuni scapparono e si allontanarono dalla borgata. Condotti da De Villata, questi esclamò se fra loro vi fossero dei disertori. In sette si fecero avanti, essendo stati prima incoraggiati dal maggiore Trasselli a dichiararsi tali per essere perdonati e aver salva la vita.Ma le cose non andarono come aveva promesso il loro comandante. Violando ogni codice penale militare di guerra, senza alcun processo, senza rispetto per la vita umana, senza pietà cristiana De Villata ordinò al capitano Rossi di eseguire subito la fucilazione che venne effettuata lungo la riva di un torrente del paese. Furono concessi soltanto dieci minuti da dedicare alla preghiera prima di essere sparati. Non avrebbero temuto la morte battendosi sul campo di battaglia contro il nemico ma ora non riuscivano a rassegnarsi nel sapere di dover morire trafitti da pallottole fraterne.



sabato 27 agosto 2016

Genova,Museo del Risorgimento

Inaugurato il 5 maggio 1915 in Palazzo Bianco, dal 1934 ha sede nella casa natale di Giuseppe Mazzini in via Lomellini 11.  Il Museo del Risorgimento conserva ed espone un ricco patrimonio storico e artistico (documenti,dipinti, stampe, armi, uniformi, fotografie, cimeli), attraverso il quale rivivono le figure simbolo del Risorgimento: Mazzini e il movimento repubblicano e democratico, Garibaldi e le Camicie Rosse, Goffredo Mameli e l’Inno d’Italia. Il percorso espositivo,  arricchito da installazioni multimediali, ripercorre le vicende storiche che hanno portato all’Unità d’Italia, dalla rivolta genovese antiaustriaca del 1746 sino all’inaugurazione del Monumento ai Mille di Quarto nel 1915.Una collocazione di rilievo è dedicata al manoscritto recante la prima stesura autografa dell’Inno d’Italia di Goffredo Mameli, cantato per la prima volta in pubblico a Genova il 10 dicembre 1847, e alle testimonianze relative alla figura di Giuseppe Mazzini, tra cui la chitarra a lui appartenuta e suonata nel lungo esilio londinese, suonata ancora oggi in occasione di speciali ricorrenze.