/**/ Associazione Culturale e Sportiva "Giuseppe Garibaldi": RAFFAELE PICCOLI

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venerdì 13 gennaio 2012

RAFFAELE PICCOLI


Nacque a Castagna nell’Ottobre del 1819 da Bernardo, calzolaio, e da Maria Antonia Piccoli. La sua innata ansia e la sua vivace intelligenza spinsero suo padre a mandarlo “Dai monaci” per studiare. Così passò i primi anni della sua adolescenza nel convento di Scigliano dove studiò le lettere e la filosofia. Ma le voci del mondo in quegli anni bollenti lo chiamarono a dare il suo contributo alla costruzione di una nuova società. Lasciò Scigliano a circa vent’anni e se ne andò per il mondo: Roma, Firenze, Pisa, continuando a studiare. Tornato a Castagna si legò ai gruppi di rivoluzionari e democratici del lametino e dei paesi circostanti. Così nel 1848 partecipò con i volontari di Francesco Stocco all’insurrezione e ai moti dell’Angitola combattendo ancora vestito da diacono. Fallito il tentativo rivoluzionario in Calabria, Raffaele si recò a Roma, dove partecipò attivamente alle sommosse che precedettero la nascita della Repubblica romana e all’assedio del Quirinale successivo all’omicidio di Pellegrino Rossi. Difese poi la stessa repubblica romana dalle truppe papaline e francesi con Giuseppe Garibaldi al Gianicolo e a Villa Corsini. Idealmente si avvicinò al Mazzini, di cui condivise fino in fondo l’idea repubblicana, ma il suo esempio fu Garibaldi di cui ammirò le gesta, il coraggio e la generosità.  Nel 1860 s’imbarcò da Quarto con i mille e fu protagonista dell’epopea garibaldina con il sogno mai scordato di unità d’Italia, di libertà e uguaglianza. Dopo l’Unità, a differenza di molti suoi vecchi amici divenuti deputati del regno, rimase coerentemente repubblicano e lottò per la giustizia e l’uguaglianza divenendo spesso oggetto delle turpi attenzioni degli eserciti piemontesi e di un governo che nulla pareva avesse mutato nei rapporti sociali dai decrepiti modelli borbonici. Così nel 1870, assieme al figlio di Giuseppe Garibaldi, Ricciotti, tentò un’insurrezione repubblicana a Filadelfia che non ebbe successo. Raffaele finì esule a Malta e, rientrato, gli venne revocata la pensione dei mille, unica fonte di sopravvivenza. Oramai tutte le speranze di rinnovamento e di crescita civile attese con la fatidica unità d’Italia erano andate amaramente deluse. Raffaele, come molti altri uomini che avevano combattuto duramente per la libertà, fu dimenticato dai regnanti e dai loro tirapiedi vivendo in miseria gli ultimi anni della vita. Morì suicida a Catanzaro la notte del 27 Agosto 1880.

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